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12/07/2018

OMESSA DICHIARAZIONE DI BENI ALL’ESTERO E SOTTRAZIONE FRAUDOLENTA


Con la sentenza n. 14007/2018 la Corte di Cassazione ritiene configurabile il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte di cui all’articolo 11 del Dlgs n. 74/2000 anche in ipotesi di omessa dichiarazione dell’indagato di beni detenuti all’estero da effettuarsi nella dichiarazione dei redditi.

La difesa del contribuente aveva eccepito che il reato si applica soltanto a coloro che si sottraggono al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relative a dette imposte mediante alienazione simulata o compimento di altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva.

Nel caso di attività finanziarie non dichiarate allocate all’estero, invece, secondo la tesi dell’indagato, poteva riscontrarsi un illecito meramente amministrativo, poiché l’imposta eventualmente evasa sarebbe quella prevista dall’articolo 18, comma 19, del Dl n. 201/2011 oppure l’imposta sostitutiva dell’Irpef prevista dall’articolo 13-bis del Dl n. 78/2009, per le somme detenute all’estero.

L’inapplicabilità di tale tesi viene motivata dalla sentenza del Supremo Collegio sulla scorta della giurisprudenza concernente il bene giuridico tutelato dall’articolo 11 della legge penale tributaria del 2000 rinvenuto nella riscossione delle imposte sui redditi e l’Iva come ben espresso, nella decisione di legittimità citata da questa in nota, 12 settembre 2013, n. 37389.

Tale pronuncia aveva escluso il reato in relazione a debiti per ritenute sul reddito da lavoro dipendente, verso l’Inps e verso Equitalia per rateizzazioni, mentre nel caso oggetto della sentenza in commento si tratta di trasferimento di somme presso un conto corrente acceso presso un istituto di crediti di uno Stato col quale non sussiste un Trattato per la tutela della riscossione deli tributi (nel caso di specie, Dubai).

Tale comportamento, per il Tribunale di Milano, adito per verificare la legittimità del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente delle somme all’estero, va qualificato come compimento di atti fraudolenti sui propri beni, volti a rendere inefficace la procedura di riscossione coattiva, sicuramente ostacolata dalla esterovestizione dei beni in questione.

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