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30/11/2017

LE OPERAZIONI INTERCOMPANY


Dopo aver archiviato il cosiddetto border tax adjustment del primo progetto repubblicano, le nuove misure proposte dalla Camera e dal Senato Usa potrebbero colpire i costi sostenuti dalle imprese americane con consociate estere.

Si tratterebbe di una excise tax del 20% dovuta da società residenti negli Stati Uniti sugli acquisti intercompany di beni e servizi. Sono escluse alcune categorie di acquisti e/o costi tra cui gli interessi, gli acquisti di determinate commodity, i servizi remunerati senza mark-up (nel caso di opzione negli Usa per il cosiddetto service cost method) e alcuni pagamenti soggetti a ritenuta (ad esempio le royalty, ma con alcune limitazioni).

Così, ad esempio, una società americana che acquista prodotti da un fornitore di gruppo in Italia per 200 milioni di dollari, vedrebbe i costi di acquisto lievitare in virtù della excise tax per 40 milioni, con evidenti ripercussioni finanziarie e di competitività. La tassa, indeducibile, sarebbe dovuta qualora le operazioni intercompany superassero i 100 milioni di dollari. In alternativa, sarebbe possibile per la società estera che riceve i pagamenti, optare per la tassazione negli Usa (Effective Connected Income election) di un importo corrispondente alla excise tax al netto di costi determinati in maniera forfettaria. Si tratterebbe di dichiarare una sorta di stabile organizzazione dell’impresa estera negli Stati Uniti.

Il Senato ha ultimato nei giorni scorsi una controproposta (base erosion minimum tax) secondo cui un’impresa che importa beni o servizi da parti correlate rischierebbe un’addizionale pari all’eventuale differenza positiva tra un’imposta nozionale del 10% ricalcolata su una base imponibile al lordo dei costi intercompany e il carico imponibile ordinario. La disposizione sarebbe in questo caso applicabile alle società con ricavi superiori a 500 milioni di dollari e con costi intercompany superiori al 4% dei costi deducibili.

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