Attualità

24/10/2016

Scudo fiscale e residenza estera fitttizia


La Corte di Cassazione, con sentenza n. 19484/16 del 30-9-2016, ha affermato il principio secondo il quale l’adesione alla procedura del c.d. scudo fiscale (emersione delle attività finanziarie detenute all’estero) non rappresenta una sorta di “autodichiarazione” di essere fiscalmente residente in Italia.

La controversia riguarda la pretesa dell’Agenzia delle entrate di ritenere fittizia la residenza estera di un contribuente, in base al  disposto del comma 2-bis dell’art. 2 del Tuir, secondo il quale sono considerati residenti, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente e trasferiti in Stati a fiscalità privilegiata, sulla base del fatto che il soggetto interessato aveva aderito alla regolarizzazione delle attività finanziarie estere, disciplinata dal D.L. 350/2001, riservata esclusivamente ai residenti fiscalmente in Italia.

La Commissione tributaria provinciale e quella regionale hanno confermato il punto di vista dell’Amministrazione, tenuto conto che, secondo il parere della Commissione regionale, “non sussiste alcun interesse, per un cittadino straniero, a scudare capitali in Italia”.

La Suprema Corte ha cassato la pronuncia del giudice di appello precisando innanzitutto che “il thema decidendum non consiste nello stabilire se l’istituto della regolarizzazione delle attività finanziarie detenute all’estero… fosse riservato ai soggetti fiscalmente residenti in Italia…bensì nel valutare la correttezza dell’attribuzione della relativa dichiarazione dell’effetto di stabilire ex se, in veste di <autodenuncia>, e quindi in via automatica ed assorbente ogni altra valutazione probatoria, la residenza italiana del dichiarante”.

Secondo la Cassazione, non è corretto attribuire alla dichiarazione presentata per lo scudo fiscale la natura di autodenuncia della propria residenza fiscale in Italia, perché non può far venire meno il diritto del contribuente di fornire la prova contraria che è espressamente prevista dal sopra richiamato comma 2-bis dell’art. 2 del Tuir. Pertanto, il comportamento adottato dal contribuente non può provocare conseguenze automatiche, non previste da alcuna legge, ma deve essere valutato nell’ambito degli elementi probatori sostenuti dal ricorrente allo scopo di superare la presunzione relativa di essere residente in Italia.

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