Attualità

29/09/2017

COSTO “ANTIECONOMICO” E INDEDUCIBILITÀ


Con un’interessante sentenza depositata il 15 settembre 2017, n. 21405, la Quinta sezione della Corte di Cassazione ha escluso che un costo debba essere ritenuto indeducibile solo perché considerato “antieconomico” dall’Amministrazione finanziaria.

Il caso originava da un avviso di accertamento notificato ad una società, relativamente all’anno d’imposta 2000, con cui l’Amministrazione finanziaria negava la deduzione di costi, rideterminando la perdita d’esercizio e rettificando la dichiarazione IVA.

La società accertata, che faceva parte di un gruppo di società, nel dicembre del 1999 aveva stipulato un contratto per servizi di marketing che prevedeva la fornitura, da parte di una società norvegese del gruppo e per il tramite di agenzie pubblicitarie nazionali, di servizi di marketing e pubblicità. Il contratto prevedeva, in particolare, un corrispettivo di 13,60 euro per ogni nuovo abbonamento sottoscritto nel corso della durata del contratto.

Con un secondo contratto stipulato nel dicembre 2000, il precedente accordo veniva risolto e la società accertata si assumeva tutte le spese per servizi di marketing e pubblicità forniti dalla società norvegese, che emetteva una fattura di rilevante importo addebitando alla contribuente le predette spese.

A seguito di ciò l’Agenzia delle entrate, sostenendo che la nuova somma concordata fosse superiore al corrispettivo originariamente previsto, ha ritenuto che se la contribuente avesse proseguito il contratto iniziale sino a scadenza, avrebbe avuto oneri minori. Per questa ragione, l’Amministrazione ha ritenuto che i maggiori costi assunti, seppur astrattamente giustificabili nell’economia del gruppo, non potessero considerarsi inerenti, perché sostenuti in favore di un soggetto che non aveva alcun titolo per pretendere somme ulteriori rispetto al corrispettivo originariamente pattuito.

In primo grado, la CTP ha parzialmente accolto il ricorso della contribuente, mentre in secondo grado la CTR ha riformato in parte la sentenza di prime cure.

L’Agenzia delle entrate ha quindi proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi, tra i quali in particolare rileva il secondo, con cui si è denunciata la violazione o falsa applicazione dell’attuale art. 109, co. 5, Tuir. In particolare, secondo l’Agenzia, l’assunzione dei maggiori costi, sebbene logicamente ed economicamente giustificabile nell’economia del gruppo, non poteva dar luogo a costi inerenti. La contribuente, secondo la ricorrente, aveva fatto una scelta antieconomica, da cui doveva necessariamente derivare l’indeducibilità del costo.

La Suprema Corte, tuttavia, ha ritenuto questo motivo infondato. I Giudici hanno anzitutto ricordato che, certamente, la giurisprudenza di legittimità ha affermato in diverse pronunce la non inerenza degli atti manifestamente “antieconomici” che determinano costi del tutto sproporzionati rispetto ai ricavi dell’impresa, ma hanno altresì precisato che, allo stesso tempo, la stessa giurisprudenza ha chiarito che il sindacato dell’Amministrazione finanziaria non può spingersi sino alla verifica oggettiva circa la necessità o, quantomeno, circa l’opportunità di tali costi rispetto all’oggetto dell’attività. Ciò perché tale controllo attingerebbe altrimenti a valutazioni di strategia commerciale riservate all’imprenditore.

Nel caso di specie, ha rilevato la Corte, la contribuente, risolvendo il primo contratto e stipulandone un secondo, ha sostanzialmente rimborsato i costi sostenuti a suo beneficio dalla società norvegese, anziché corrisponderne i compensi originariamente pattuiti. E l’antieconomicità di tale azione, secondo il Fisco, risiederebbe nel fatto che la contribuente ha rinunciato ai benefici derivanti da un contratto, senza essere tenuta giuridicamente a tale rinuncia.

Tuttavia, ha ribadito la Corte, il controllo del Fisco non può spingersi fino al punto di sindacare scelte di questo tipo, che riflettono valutazioni di strategia commerciale riservate all’imprenditore. 

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