Attualità

17/09/2018

LA GIURISPRUDENZA DI LEGITTIMITÀ SULLA DONAZIONE SIMULATA


La Corte di Cassazione con ordinanza 28 giugno 2018, n. 17128, ha ribadito come non sia sempre elusiva la donazione di un bene immobile ai figli seguita dalla rivendita, in quanto, trattandosi di rapporti patrimoniali tra genitori e figli, assume rilievo preminente il profilo della libertà di pianificazione successoria, nonché la circostanza che nulla impone al contribuente di optare, nell’esercizio della propria attività negoziale, per la soluzione più onerosa sul piano fiscale.

La vicenda trae origine dalla notifica di due avvisi di accertamento ai fini Irpef con cui l’Agenzia delle Entrate contestava al contribuente il possesso di redditi derivanti dalla vendita di quote di terreno agricolo che in pari data erano state donate ai figli. Secondo il ragionamento dell’Amministrazione finanziaria, la donazione di un terreno a favore di un familiare, seguita dalla vendita dello stesso da parte del donatario, costituisce uno strumento elusivo della plusvalenza, in quanto la determinazione del costo fiscale delle aree pervenute per donazione avviene in base al valore dichiarato nell’atto di donazione, permettendo così al donatario di rivalutare il costo sostenuto dal donante, in modo da consentirgli di realizzare una plusvalenza minore o nulla.

Nello specifico, a seguito di impugnazione, i predetti avvisi venivano annullati dai giudici di merito, i quali chiarivano che gli indizi evidenziati dall’Agenzia fiscale non portavano univocamente alla conclusione cui essa avrebbe voluto giungere, e cioè che la donazione era simulata e il contribuente non aveva voluto in effetti beneficiare i donatari del valore del bene, poi venduto a terzi, con il cd. animus donandi.

La stessa circostanza che le trattative erano state condotte dal donante, invece, è da considerarsi del tutto compatibile con il negozio di donazione e con la volontà del donante di beneficiare i donatari con uno strumento all’epoca consentito.

Nel successivo ricorso per Cassazione, l’Ufficio lamentava la violazione del principio generale antielusivo del divieto di abuso del diritto e la insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla sussistenza di ragioni economicamente apprezzabili, diverse dalla mera aspettativa del beneficio fiscale realizzato con l’operazione negoziale complessiva.

I giudici di piazza Cavour, tuttavia, confermando la motivazione del giudice di seconde cure, hanno ribadito come il principio secondo il quale la disciplina dell’interposizione, contenuta nell’articolo 37, comma 3, D.P.R. 600/1973, non presuppone necessariamente un comportamento fraudolento da parte del contribuente, essendo sufficiente un uso improprio, ingiustificato o deviante di un legittimo strumento giuridico, che consenta di eludere l’applicazione del regime fiscale costituente il presupposto d’imposta.

La Suprema Corte conclude rilevando come “occorre tener conto tanto del fatto che nelle fattispecie quale quella in esame assume preminente rilievo, trattandosi di rapporti patrimoniali tra genitori e figli, il profilo della libertà di pianificazione successoria da parte dei genitori, quanto, in linea generale, che nulla impone al contribuente di optare, nell’esercizio della propria attività negoziale, per la soluzione più onerosa sul piano fiscale”.

 

donazione indiretta