Attualità

21/01/2019

"Tassare” l’economia digitale


Il nuovo tentativo italiano di “tassare” l’economia digitale

 

La legge 30 dicembre 2018, n. 145 (c.d. Legge di Bilancio 2019) ha introdotto, all’art. 1, co. 35 e seguenti, la c.d. “imposta sui servizi digitali”, contestualmente abrogando i commi da 1011 a 1019 dell’art. 1 della Legge di Bilancio 2018, che istituivano la c.d. “imposta sulle transazioni digitali”, mai entrata in vigore.

L’intervento del legislatore italiano si pone dunque in continuità con i “tentativi” già effettuati negli anni precedenti, i quali, tuttavia, non hanno avuto alcun seguito. La nuova imposta sui servizi digitali istituita dalla Legge di Bilancio appare strutturata in modo abbastanza coerente rispetto al modello proposto, nel contesto comunitario, in virtù della proposta di direttiva COM(2018) 148 del 21 marzo 2018, che si inserisce nel più ampio “pacchetto” proposto in tale  data dalla Commissione europea per un’equa tassazione dell’economia digitale, il quale comprende altresì la proposta di direttiva COM(2018) 147 e la raccomandazione C(2018) 1650. La normativa italiana, tuttavia, diverge parzialmente da quanto previsto nella citata proposta di direttiva in merito ad alcuni profili rilevanti, quali ad esempio quello relativo all’esigibilità dell’imposta.

Molto brevemente, la nuova imposta sui servizi digitali troverebbe applicazione con riferimento a soggetti esercenti attività di impresa che, singolarmente o a livello di gruppo, nel corso di un anno solare, realizzano congiuntamente un ammontare di ricavi, sia complessivi sia specificamente derivanti da servizi digitali, superiore a determinate soglie indicate dalla legge. Il co. 37 della norma individua poi le tipologie di servizi cui tale imposta deve ritenersi riferibile, prevedendo poi, al co. 41, per la concreta determinazione dell’imposta dovuta, l’applicazione di un’aliquota del 3 per cento sull’ammontare dei ricavi tassabili realizzati dal soggetto passivo in ciascun trimestre. La norma detta inoltre alcune regole di carattere procedurale, non contenute nella proposta di direttiva, e, contemporaneamente, non riproduce alcune disposizioni previste in ambito comunitario.

Il legislatore italiano rinvia infine ad un decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, da emanarsi entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore della Legge di Bilancio, la previsione di apposite disposizioni di attuazione dell’imposta.

 

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