SFEF

2012/9

Tassazione e regolazione dei mercati finanziari: verso un faticoso equilibrio


La crisi dei mutui sub-prime e quella successiva dei debiti sovrani mostrano quanto sia importante ridisegnare i sistemi fiscali in modo da adeguarli ai rischi sistemici, di oggi e di domani.

Al momento, il tema della stabilità dei mercati è stato affrontato principalmente dalle autorità monetarie e dalle istituzioni sovranazionali. Lo Stability Financial Board, l’elaborazione dei nuovi requisiti di Basilea 3 e, non ultimi, i primi (faticosi) passi verso un coordinamento della vigilanza bancaria a livello europeo testimoniano, infatti, gli sforzi compiuti per ridisegnare la regolamentazione finanziaria.

Se, dunque, sul piano delle politiche monetarie e finanziarie si rivedono i meccanismi di controllo e di gestione, sul versante fiscale il dibattito langue e le poche proposte avanzate nascono più sull’onda dell’emotività che non dall’idea di rifondare in modo efficiente la tassazione delle attività finanziarie. Ciò risulta ancor più paradossale dati i veri e propri sconquassi che, a partire dal 2008, hanno colpito i conti pubblici di molti paesi. Purtroppo, la risposta messa in atto da alcuni governi (ad esempio quelli di Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia) è consistita nell’introduzione di bank levies con un intento quasi meramente punitivo nei confronti di chi era accusato di aver provocato la crisi.

Questo vale anche per la Tobin tax, proposta dalla Commissione Europea (con il nome di Financial Activities Tax) e finalizzata, come avrebbe detto il Nobel James Tobin, a mettere la “sabbia negli ingranaggi” (sand in the wheel) della speculazione. L’idea di introdurre questo tributo nasce dalla volontà di limitare gli eccessi dell’industria finanziaria. Tuttavia, la proposta è stata elaborata senza un’adeguata analisi costi-benefici che mirasse a verificarne l’efficacia. Con questo provvedimento le autorità sperano di limitare il numero delle transazioni (esploso con la crescente informatizzazione delle compravendite), rendendo gli scambi più onerosi. Rimane tuttavia poco chiaro se ed in che modo si intenda applicare il tributo, dato che non tutti i membri dell’UE (Gran Bretagna in primis) sono d’accordo e,

soprattutto, dato l’aumento delle transazioni Over the Counter[1]. È evidente che un simile strumento potrebbe disincentivare gli scambi ad alta frequenza ma causerebbe anche un deflusso di capitali verso piazze o piattaforme tax-free. E’dunque concreto il rischio di un effetto perverso che, ampliando gli arbitraggi fiscali, aumenti, anziché ridurre, le distorsioni nei mercati.

Curiosamente, ad eccezione di alcuni ricercatori del Fondo Monetario Internazionale[2], nessuno si è chiesto se ed in che termini le distorsioni fiscali abbiano aggravato gli effetti delle crisi che si sono succedute dal 2007 ad oggi. Gli economisti del FMI hanno rilevato che gli attuali sistemi impositivi favoriscono l’eccessivo indebitamento delle imprese e, in molti casi, anche quello familiare legato all’acquisto delle abitazioni. Per questo motivo, essi rilevano che la leva finanziaria ha amplificato gli effetti delle crisi e che, se non si prenderanno provvedimenti adeguati, ciò si potrebbe ripetere in futuro.

In tal senso sarebbe auspicabile un maggior coordinamento a livello europeo. Eppure, nonostante i numerosi documenti prodotti in Europa, a partire dal Rapporto Ruding (vecchio ormai di vent’anni), non si registrano significativi passi concreti verso una tassazione che si fondi realmente su strumenti comuni di prelievo e che scoraggi al contempo l’eccessivo indebitamento. Purtroppo l’impasse continua nonostante sia chiaro a tutti che le scelte finanziarie di impresa sono distorte dalle imposte. Questo vale soprattutto per le multinazionali. Infatti, l’indebitamento delle sussidiarie estere operanti in Europa tende ad essere influenzato non solo dal tax rate del paese di residenza ma anche dal sistema tributario a cui è assoggettata la società madre[3]: si hanno così, non una, bensì due distorsioni, che introducono un ulteriore elemento di inefficienza nei mercati finanziari.

Questi ed altri aspetti, quali ad esempio quelli legati alle pratiche elusive derivanti dal diverso trattamento fiscale del medesimo presupposto, sono per lo meno concause dei drammatici problemi che stiamo vivendo in questa lunga recessione e, come tali, dovrebbero essere esaminate. È tempo che questi temi siano introdotti nell’agenda europea ed affrontati con una chiara visione di insieme, volta a trovare il giusto equilibrio tra tassazione e regolazione.


Nota 1

Stando ai dati del Financial Stability Board, il mercato degli OTC ha raggiunto 600.000 miliardi di dollari nel 2010 (OTC Derivatives Market Reforms, Progress Report on Implementation, 11 ottobre 2011).

Nota 2

Michael Keen, Alexander Klemm e Victoria Perry (2010), Tax and the Crisis, Fiscal Studies, 31, pp. 43-79.

Nota 3

Si veda, ad esempio, Raffaele Miniaci, Paolo Panteghini e Maria Laura Parisi (2011), Debt Shifting in Europe, Working Papers 1121, Oxford University Centre for Business Taxation