SFEF

2011/4

Banche e amministrazione finanziaria. Un rapporto non facile


Nel nostro Paese le banche sono tra i contribuenti più diligenti. Ciò non esclude posizioni di contenzioso tributario. Sovente le vertenze trovano fondamento nell’interpretazione di norme specifiche, collegate con attività particolari delle banche, non comuni con altri tipi di imprese.

Per natura e per tradizione le banche non inclinano ad essere “contribuenti evasori” o, in ogni caso, contribuenti maliziosamente irrispettosi delle norme. Mi induce a tale conclusione sia l’esperienza vissuta al vertice esecutivo di una banca di credito ordinario, sia l’esperienza alla presidenza dell’Associazione Bancaria Italiana.

Ciò nonostante, il rapporto tra il sistema bancario e l’amministrazione finanziaria dello stato non è facile. Le banche seguono politiche di bilancio, anche per motivi di immagine, che diffondono l’opinione di imprese con redditività continua nel tempo, nell’alta e nella bassa congiuntura economica. Tale deduzione non è puntuale. Quando le esigenze del bilancio statale stimolano la ricerca di altre entrate, pensare a un’imposta o a una tassa nuove, anche particolari e/o transitorie, a carico delle banche, pare una via comoda, non invisa alla pubblica opinione. Il più delle volte tale strada viene intrapresa quando anche il ciclo economico sta per mutare per le stesse banche, ma ciò viene riconosciuto con ritardo, quando le ricercate nuove entrate tributarie risultano inferiori alle previsioni.

Così, una fase di qualche mese con le quotazioni delle borse azionarie all’aumento, alimenta la schiera di coloro che vogliono una tassazione più severa dei capital gains; le norme giungeranno sovente quando, per la vicenda delle fluttuazioni delle quantità economiche, si staranno determinando prospettive diffuse di minusvalenze. La recente crisi finanziaria internazionale ha sollecitato politici e giustizieri tributari ed escogitare nuove imposizioni sulle transazioni finanziarie. Colpire gli effetti e non le cause di taluni accadimenti è un errore, non solo logico ma anche di politica fiscale.

Credo che un sereno esame dell’attività bancaria possa invece escluderne la natura parassitaria o l’immunità dai pericoli della congiuntura economica generale. Quell’analisi, al contrario, metterebbe in evidenza l’aspetto sistemico dell’attività di intermediazione, creditizia e finanziaria, e le interdipendenze economiche con la vasta platea delle aziende di produzione con le famiglie.

Oltre, ma in alcuni casi (per esempio quello italiano) soprattutto, con la politica del debito pubblico.

In effetti, una savia politica fiscale deve cercare di non avere effetti distorcenti sul sistema dei prezzi, sia nell’ambito di una categoria di valori, sia nelle posizioni relative di dati prezzi rispetto ad altri. Purtroppo, non di rado, sono le scelte di politica economica a costringere la politica fiscale a divenire fattore di indeterminazione nel comportamento dei vari soggetti e attori economici. Ed è appunto in tale contesto che il rapporto tra le banche e l’amministrazione finanziaria diviene meno agevole, meno facile, con minore consenso di una parte verso l’altra.

La diffusione di dati strumenti finanziari ha talora indotto il legislatore tributario a puntare su una più alta tassazione dei collegati rendimenti. Il prelievo “secco”, a carico delle persone fisiche, quando sia indifferenziato per strumenti finanziari, rende non parallele le curve dei rendimenti nominali, per esempio rispetto alla durata, lordi e netti. Di qui ripercussioni sulle scelte di allocation dei risparmi e sulle politiche di raccolta fondi degli intermediari finanziari. Di qui ancora riflessi sulla comparazione tra dati strumenti finanziari e i titoli del debito pubblico. Se l’effetto distorcente delle norme fiscali fosse particolarmente rilevante, taluni strumenti finanziari non fruirebbero più di fatto di un mercato primario di nuove emissioni, o, al contrario godrebbero di un mercato primario molto facilitato.

Nell’esperienza italiana degli ultimi decenni, è intuitivo, la politica fiscale ha mirato ad agevolare il mercato primario delle obbligazioni statali, con ripercussioni significative sulla politica della raccolta fondi da parte delle banche, con la notevole riduzione nelle emissioni di certi strumenti finanziari da parte del settore non pubblico e con una accentuazione di fatto della politica di trasformazione delle scadenze da parte delle stesse banche. Alla lunga, il contesto descritto non risulta vantaggioso in termini generali.

Tra l’altro, quando la politica fiscale agevola il mercato primario delle emissioni di obbligazioni pubbliche, si giunge al risultato che la politica dei rendimenti dei titoli del debito pubblico condiziona le scelte di pricing degli intermediari creditizi e finanziari, con riflessi, in genere negativi, sulla reddittività di tali imprese. Se poi, come accade in Italia, il debito pubblico si proporziona al 120% del PIL, il sistema dei saggi di interesse e di rendimento è ampiamente condizionato dalle politiche del debito e del bilancio dello stato.

Un altro aspetto critico dei rapporti, tra il sistema bancario e l’amministrazione finanziaria dello stato, è costituito dalla deducibilità fiscale delle perdite sui prestiti erogati dalle banche. Il fisco italiano ambirebbe a un livellamento, nel corso del tempo, della proporzione con cui tali perdite pesano sulla redditività, quindi sulla definizione del reddito imponibile. Individuata la proporzione media di lungo periodo delle perdite su crediti, consegue che la percentuale eccedente negli anni di congiuntura verrà riassorbita, a fini tributari, in tempi successivi (al momento illogicamente lunghi, giacché estesi di fatto a più cicli economici).

La grandezza “perdite su crediti” è decisiva sul saldo del conto economico di una banca. Premesso che si tratta di una quantità economica fisiologica, se pur negativa, nell’attività della concessione ed erogazione di prestiti monetari, si deve osservare che la proporzione del rischio di perdite varia in correlazione con il ciclo economico, ma emerge con un differimento temporale (da uno a due anni) rispetto allo stesso. Non consentire che le perdite di cui si tratta siano fiscalmente deducibili quando si manifestano, ma solo secondo una proporzione media di lungo periodo, significa alterare la trasparenza dei bilanci bancari, in correlazione con l’aliquota di imposizione dei redditi d’impresa, e, soprattutto, non consentire di apprezzare puntualmente la rischiosità di date politiche di gestione creditizia.

Si pensi che le “perdite su crediti” sono di fatto, per talune banche, oltre la metà del costo del lavoro: un peggioramento della qualità degli attivi, per una banca, trascina una ridotta produttività complessiva del fattore lavoro e un annullamento del margine di intermediazione. Se tale degrado fosse per di più colpito da una mancata deducibilità fiscale in via immediata, salvo recupero delle imposte anticipate in via successiva, purché vi sia materia imponibile, apparirebbe del tutto evidente la distorsione anche nell’aspetto informativo per clienti e investitori, e alla fine per lo stesso management.

È evidente infine che il trattamento fiscale delle perdite su crediti incide sulla gestione dei prestiti durante la vita dei medesimi, influendo sulla richiesta di garanzie collaterali, come sulle possibilità di ristrutturazione delle condizioni contrattuali, come sulla flessibilità della relazione di clientela, e così via.

Insomma, la sensazione di un malessere, nei rapporti tra le banche e l’amministrazione finanziaria dello stato, potrebbe trovare fondamento nel fatto che i processi produttivi delle banche sono certo quelli di un’impresa, ma con aspetti significativi di specificità e di interrelazioni col restante sistema economico, che giustificano una legislazione particolare, anche nel contesto della politica fiscale.