SFEF

2011/4

Il trattamento fiscale delle obbligazioni “fuori mercato”


In Italia il mercato obbligazionario degli emittenti non quotati riveste una quota del tutto irrilevante. Nonostante le aperture sul piano civilistico introdotte a seguito della riforma del diritto societario del 2003, le emissioni di titoli obbligazionari da parte di società diverse dai “grandi emittenti” stentano a decollare. Alla scarsa appetibilità di questa forma di raccolta può avere concorso nel tempo, come fattore di ostacolo, un trattamento fiscale penalizzante sul duplice versante sia della ritenuta sui proventi in capo agli obbligazionisti, sia della deducibilità degli interessi passivi dal reddito di impresa della società emittente. La disciplina, nonostante le evoluzioni normative avvenute nel tempo, sopravvive da quasi venti anni. Sul piano fattuale la normativa, originariamente introdotta a scopo antielusivo, attrae invece nel suo ambito applicativo anche ipotesi di raccolta “non anomale”: l’andamento dei tassi di mercato ha ormai reso il differenziale previsto rispetto al tasso soglia del tutto incapiente, aumentando la difficoltà per le società non quotate di emettere obbligazioni sul mercato nazionale senza incorrere in penalizzazioni. La vessatorietà della norma induce le società a spostare le emissioni sulle piazze finanziarie estere: ne deriva, quale effetto indotto dalle regole fiscali domestiche, che le emissioni attraverso società estere scontano generalmente sui proventi una ritenuta del 12,5% mentre gli interessi delle obbligazioni fuori mercato emesse in Italia sono soggette ad aliquota più elevata. È auspicabile un intervento normativo che abroghi tout court la disciplina o, in subordine, escluda dal novero della disciplina antielusiva non solo le obbligazioni di società quotate ma anche le obbligazioni oggetto di negoziazione o collocate mediante offerta al pubblico.

L'ACCESSO A QUESTO CONTENUTO E' RISERVATO AGLI UTENTI ABBONATI

Sei abbonato? Esegui l'accesso oppure abbonati.