SFEF

2012/6

Banche, imprese e derivati


European banks feel founding crunch” (Financial Times, 28 novembre 2011): secondo Dealogic la banche europee alla fine dell'anno sarebbero deficitarie per 241 miliardi di dollari!! Cosicchè “are beconning the focus of concern” (The Economist, 26 novembre 2011).

A fronte di queste tragiche necessità finanziarie prosperano gli strumenti finanziari ed in particolare i derivati. Secondo BIS (Derivatives Market Activity in the Second Half of 2010 in Quarterly Review) alla fine del 2010 il valore “nozionale” dei derivati era di 670 trilioni, pari a circa undici volte il prodotto lordo mondiale! La loro tipologia è ricchissima: ne è classificata una cinquantina: dai plain vanilla (gelati) agli exoticus, in parte trattati ai mercati regolamentati, ma in gran parte ai Over the Counter (OTC): e la fantasia degli speculatori non ha limiti, sospinta dagli alti profitti.

Si dice (Soros) che gli hedge funds siano “i campioni mondiali del profitto”: dalla fondazione ad oggi i dieci maggiori hedge funds - il Quantum Fund in testa - avrebbero guadagnato per i loro clienti 182 miliardi e nel secondo semestre 2010 ben 28 miliardi di dollari (Financial Times, 2 marzo 20 11). Ma è altrettanto vero che i derivati hanno comportato rovinose perdite, come è avvenuto anche per soggetti che dovrebbero avere una certa esperienza. Gli episodi - già quelli divulgati dalla stampa - sono numerosi: la Deutsche Bank (che è considerata la banca tedesca preminente) è stata condannata a risarcire clienti danneggiati per cessione di swaps per euro 541.000 (Financial Times, 23 marzo); Barclays avrebbe grandi difficoltà per il portfolio of taxic assets (Financial Times, 6 aprile 2011); molti Comuni e Regioni italiane hanno dovuto promuovere azioni giudiziarie per essere stati raggirati con i derivati; Rej Rejaratnam con il suo hedge fund Galleon è sotto accusa a New York per aver illecitamente conseguito oltre 45 milioni di dollari; 450.000 risparmiatori italiani sono stati “buggerati” dalle Banche con i bonds argentini e la classe dei risparmiatori è formata da inesperti e spesso ingenui che cadono in trappole come quelle tese da Madoff (che coinvolse anche molte banche) e da Gianfranco Lande dei Parioli.

II G7 e il G20, a fronte della crisi finanziaria degli scorsi anni (forse più grave di quella del 1929, questa causata soprattutto dal “panico”, mentre la recente è stata determinata da comportamenti anche delittuosi, a cominciare dal caso Enron) hanno auspicato interventi protettivi dei risparmiatori e sono stati creati numerosi comitati (il più efficiente e forse il Financial Stabilits Board, presieduto con autorità dal nostro Mario Draghi) che peraltro sinora si sono preoccupati soprattutto del sistema bancario, riscontrando però notevoli resistenze specialmente da parte delle banche statunitensi, inglesi e tedesche che mal sopportano le regole per l’adeguamento dei capitali (rna forse la resistenza principale è  per i bonus ai loro amministratori). Ma anche qui, altro italiano, Andrea Emia, fa buona guardia. Nonostante tanti avvertimenti e tanti comitati, ben poco, direi nulla è stato fatto per i "derivati" anche se il pericolo è stato denunciato da tempo: pericolo che ricordo io stesso avvertii con la relazione introduttiva all’incontro di Venezia (2005) per i cinquanta anni della Rivista delle Società, memore delle conversazioni con i compianti prof. Ariberto Mignoli e Cingano.

E poi avvenne la crisi del 2007/2008: secondo quanto attestato con autorità da Robert Rubin, dovuta in gran parte “all’uso massiccio e alla complessità” dei derivati.

Quà e là sono state suggerite proposte, quali una regolamentazione generale, l’uso di clearing houses (costosissime), un apposito tribunale internazionale, ma in concreto nessuna realizzabile: sembra d’essere in un vicolo cieco, e  il dilagare dei derivati, dei quali si approvvigionano molti fondi, è dovuto anche a paradisi protettivi che si ribellano solo all'annuncio di regole, e particolarmente le Cayman Islands, sede della gran parte degli hedge funds.

Rubin e Calabresi negli Stati Uniti e da noi Guido Rossi, di fronte a tante difficoltà ed ostacoli, hanno espresso l’auspicio che, eventualmente da parte delle Nazioni Unite, sia affermata l’assoluta necessità della trasparenza, e cioè sapere che cosa c’è dietro a quel pezzo di carta di contratto e risalire alla fonte; del resto questo è necessario anche per stabilire il complicato regime fiscale: il già Ministro Giulio Tremonti l’aveva parificato ad un video game. Ma c’è una forte resistenza da parte dei contro interessati come risulta anche dall’azione recentemente intrapresa innanzi la United States District Court for the District of Columbia dalla International Swaps and Derivatives Association e dalla Securities Industry and Financial Markets Association nei confronti delle United States Commodities Futures Trading Commission in merito al regolamento. L’atto di citazione sarà pubblicato nel fasc. n. 7/2012 con nota del dott. Francesco Dian.

A mio avviso questa trasparenza potrebbe ottenersi con la “tracciabilità”, del resto è un obbligo già largamente diffuso anche per molti prodotti agricoli, dalla carne alle uova: sarà cura degli intermediari accertare l’osservanza, il che dovrebbe rientrare nell’obbligo della diligenza che sta per essere imposto nelle regole recentemente condivise dal Parlamento europeo e dalla Commission Econ in sede di elaborazione della direttiva relativa ai sistemi di indennizzo degli investitori.

Da più parti si auspica la tassazione dei prodotti finanziari: ma a questo si potrà arrivare con successo solo con una regolamentazione sostanziale e il primo passo potrebbe essere la trasparenza attraverso il tracciamento che consentirebbe anche maggiore tranquillità per gli intermediari che continuano a piazzare prodotti il cui effettivo contenuto generalmente non conoscono. E il momento sembra propizio: G. Tett (Financial Times, 25 novembre 2011) proprio in relazione alla trasparenza avverte che “The rhythm of financial markets has changed. Investors are getting sawier, reactions are speeding up”.

A mio avviso non occorrerebbe l’introduzione dell’obbligo della tracciabilità: il mercato saprebbe valutare nel bene la trasparenza, e quindi ridurre l’appetibilità degli altri con immissioni di liquidità  nel corretto mercato finanziario, ed in particolare delle banche e delle imprese.

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