News

21/06/2016

DETASSAZIONE DEI PREMI DI RISULTATO E REGIME FISCALE DEL WELFARE AZIENDALE


L’art. 1, commi 182-190 della L. 208/2015 (Legge di Stabilità 2016) ha introdotto una tassazione ridotta per i premi di risultato e per le somme erogate, sotto forma di partecipazione agli utili, ai lavoratori dipendenti ed ha, inoltre, ampiamente revisionato  la detassazione dei beni e servizi corrisposti dalle imprese ai dipendenti (c.d. welfare aziendale).

L’agevolazione riguardante i premi di risultato, che devono essere legati ad incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e  innovazione, consiste nell’applicazione di un’imposta, sostitutiva dell’Irpef e delle relative addizionali regionale e comunale, applicata con l’aliquota del 10%. Gli importi parzialmente detassati non possono superare la somma di 2.000 euro (elevata a 2.500 euro per le imprese che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro) e gli aventi diritto devono aver percepito, nel periodo d’imposta precedente a quello di applicazione del beneficio, un reddito di lavoro dipendente non superiore a 50.000 euro.

L’Agenzia delle entrate, con circolare n. 28/E del 15 giugno 2016, ha fornito i necessari chiarimenti in materia oltre che a proposito del nuovo regime del welfare aziendale,  tenendo conto del Decreto del Ministro del Lavoro, emanato di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze il 25 marzo 2016, che ha dato attuazione a quanto disposto dalla legge di Stabilità 2016.

È stato innanzitutto confermato che l’agevolazione in esame si applica:

- esclusivamente al settore privato e quindi non riguarda i dipendenti pubblici;

- ai premi di risultato e agli utili da distribuire che devono essere erogati  in esecuzione dei contratti collettivi aziendali o territoriali, con esclusione quindi dei contratti collettivi nazionali o degli accordi individuali tra datore di lavoro e singolo dipendente.

 

Quanto  poi ai benefit  che possono essere riconosciuti alla generalità dei lavoratori dipendenti o a categorie degli stessi e che non concorrono alla formazione del reddito di lavoro dipendente, occorre distinguere:

- le opere e i servizi aventi finalità di educazione, istruzione, ricreazione, assistenza sociale e sanitaria, culto che possono essere erogati (i) per volontà del datore di lavoro e, in questo caso, è ammessa la deducibilità del loro costo dal reddito d’impresa nella misura del 5 per mille delle spese per prestazioni di lavoro  dipendente, oppure (ii) per effetto di contratti, accordi o regolamenti aziendali e, in questo caso, il costo sostenuto è deducibile senza limiti (art. 51, comma 1°, lett. f  Tuir);

- le somme, i servizi e le prestazioni erogate ai dipendenti per la fruizione  a favore dei loro familiari anche non a carico, di servizi di educazione e istruzione, per la frequenza di ludoteche e di centri estivi ed invernali e infine per il godimento di borse di studio. A parere dell’Agenzia quest’ultima tipologia di costi comprende le spese per rette scolastiche, le tasse universitarie, i costi per l’acquisto di libri di testo scolastici, il servizio di trasporto scolastico, etc. (art. 51, comma 1°, lett. f-bis  Tuir);

- le prestazioni di assistenza per familiari anziani o non autosufficienti. Per l’individuazione degli anziani, l’Agenzia ha ritenuto di poter far riferimento a persone che hanno compiuto 75 anni (art. 51, comma 1°, lett. f-ter Tuir).

 

Una novità di rilievo, introdotta dalla legge di Stabilità 2016, concerne la possibilità per il lavoratore dipendente di chiedere al proprio datore di lavoro, in tutto od in parte,  la sostituzione dei valori costituiti dai premi di risultato e dalla erogazione di somme a titolo di partecipazione agli utili con le prestazioni previste ai fini del welfare aziendale che risulterebbero, nei limiti previsti dal Tuir, totalmente detassate e non soggette neppure a contribuzione previdenziale.

L’attribuzione al dipendente della facoltà di scegliere deve  essere stabilita nei contratti collettivi aziendali o territoriali e l’integrale esclusione da imposizione deve rispettare i seguenti limiti:

- l’ammontare massimo delle somme assoggettabili ad imposta sostitutiva (2.000 euro eventualmente incrementabili a 2.500);

- gli importi massimi previsti dal 2° comma e dall’ultimo periodo del 3° comma dell’art. 51 del Tuir.

A proposito di questi limiti, a titolo esemplificativo, l’Agenzia ha ipotizzato che il dipendente chieda al proprio datore di lavoro la sostituzione del premio di risultato con il versamento dei contributi ad una cassa avente fine esclusivamente assistenziale. Poiché il versamento massimo annuale alla cassa di assistenza escluso da tassazione ammonta a euro 3.615,20 e il premio di risultato convertibile non può essere superiore a 2.000 o a 2.500 euro, l’eventuale versamento eccedente concorre alla determinazione del reddito d’impresa. Oppure, nell’ipotesi in cui il datore di lavoro versi di sua volontà  alla cassa di assistenza 3.000 euro, la quota convertibile in esenzione d’imposta non può superare il residuo importo, vale a dire 615,20 euro.

Analogo discorso va fatto in relazione ai buoni pasto, ai servizi di trasporto collettivo come ad esempio l'abbonamento annuale ai mezzi di trasporto pubblico, alle azioni, ai contributi al fondo di previdenza complementare.

 

WelfareAziendale