News

05/07/2017

LIMITE ALLO SCAMBIO AUTOMATICO DI INFORMAZIONI


La Corte UE pone un limite allo scambio automatico di informazioni

Con la sentenza del 16 maggio 2017, causa C-682/15, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha statuito che i giudici di ciascuno Stato membro hanno la facoltà di controllare la legittimità delle richieste di informazioni fiscali rivolte da un altro Stato membro, nel contesto di un’indagine di carattere tributario.

Il caso sottoposto all’esame della Corte riguardava una società per azioni di diritto lussemburghese che aveva percepito dalla sua controllata, una società per azioni semplificata di diritto francese, dividendi in regime di esenzione da ritenuta alla fonte. Nutrendo alcuni dubbi in merito al fatto che l’esenzione di cui usufruiva la controllata rispettasse i requisiti previsti dalla normativa nazionale, l’amministrazione tributaria francese rivolgeva all’amministrazione tributaria lussemburghese una richiesta di informazioni relativa alla controllante, in forza della direttiva 2011/16/UE.

Su richiesta delle autorità tributarie lussemburghesi, la controllante forniva quindi tutte le informazioni richieste, ad eccezione dei nominativi e degli indirizzi dei propri soci, dell’importo del capitale detenuto da ciascuno di essi, nonché della rispettiva percentuale di partecipazione, ritenendo che tali informazioni non fossero “prevedibilmente pertinenti”, nell’accezione della direttiva, per appurare se le distribuzioni di dividendi ad opera della controllata francese dovessero essere sottoposte a ritenuta alla fonte. Tuttavia, a seguito del rifiuto di fornire tali informazioni, il fisco lussemburghese infliggeva alla controllante un’ammenda amministrativa pari a 250 mila euro.

La società proponeva dunque ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo del Lussemburgo, il quale tuttavia si limitava a ridurre l’importo dell’ammenda, rifiutando però di pronunciarsi sulla fondatezza della decisione di ingiunzione. La società proponeva allora appello dinanzi alla Corte amministrativa del Lussemburgo, affermando che fosse stato violato il suo diritto ad un ricorso giurisdizionale effettivo, come garantito dall’art. 6, par. 1, CEDU.

La Corte amministrativa proponeva domanda di pronuncia pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’UE, ritenendo che potesse essere necessario considerare, ai fini della risoluzione della controversia, quanto previsto dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, che riflette il diritto oggetto dell’art. 6, par. 1, CEDU.

La Corte di giustizia ha anzitutto rilevato che la Carta dei diritti fondamentali dell’UE fosse applicabile al caso di specie, in ragione del fatto che tale documento deve essere applicato ogni volta che uno Stato membro attua il diritto dell’Unione (ovvero, nel caso di specie, le disposizioni della direttiva 2011/16), anche per il tramite dell’applicazione di una disposizione contemplata dalla normativa nazionale.

Ciò premesso, la Corte ha affermato che la “prevedibile pertinenza” delle informazioni richieste da uno Stato membro ad altro Stato membro rappresenta una condizione imprescindibile al fine di valutare la legittimità della richiesta e per far sorgere il conseguente obbligo di adempiere ad essa, in capo allo Stato membro interpellato. Sottolineava inoltre che l’autorità interpellata deve poter verificare se le informazioni richieste siano conformi a tale requisito poiché, in caso contrario, essa non ha alcun obbligo di cooperare con l’autorità tributaria dell’altro stato.

Più precisamente, ha precisato la Corte, “la verifica svolta dall’autorità interpellata non si limita ad un controllo sommario e formale della regolarità della richiesta di informazioni circa i citati elementi, bensì deve anche consentire a tale autorità di assicurarsi che le informazioni richieste non siano prive di qualsiasi prevedibile pertinenza alla luce dell’identità del contribuente coinvolto e di quella del terzo eventualmente informato, nonché delle esigenze dell’indagine tributaria in questione.”

beps