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22/01/2020

Tobin Tax e libertà fondamentali


In data 2.07.2018 la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia emetteva ordinanza di rinvio pregiudiziale con la quale sottoponeva alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea un quesito relativo alla compatibilità con il diritto dell’Unione Europea della c.d. Tobin Tax. In particolare, la questione pregiudiziale verteva sull’interpretazione degli articoli 56 e 63 TFUE.

Il caso traeva origine dal diniego dell’Agenzia dell’Entrate per il rimborso dell’imposta sulle transazioni finanziarie, pagata dalla Société Générale al momento della conclusione di operazioni finanziarie aventi ad oggetto strumenti finanziari derivati.

 Quest’ultima, in particolare, asseriva l’illegittimità costituzionale della disciplina relativa al tributo, nella parte in cui è prevista la sua applicazione sul presupposto della residenza nel territorio dello Stato del soggetto emittente il titolo sottostante al derivato, nonché la contrarietà della disciplina de qua al diritto dell’Unione Europea, specificatamente con gli artt. 18,56 e 63 del TFUE.

Sulla questione pendente in seno alla Corte di Giustizia, l’Avvocato generale ha presentato le proprie conclusioni il 28.11.2019, nelle quali è stato affermato che l’imposta sulle transazioni finanziarie non integra una violazione delle libertà fondamentali quando applicata ai contratti derivati, stipulati tra soggetti non residenti, il cui titolo sottostante sia emesso da una società residente in Italia.

Preliminarmente, l’Avvocato generale ha affermato che, alla luce dei possibili diversi usi dei derivati, la normativa italiana potrebbe potenzialmente rientrare nell’ambito di applicazione degli artt. 56 e 63 del TFUE.

Tuttavia,  ha precisato che  l’imposta sulle transazioni finanziarie si configura come un’imposta indiretta e affinché una qualsiasi delle libertà associate al mercato sia applicabile, devono sussistere due condizioni: da un lato la questione oggetto del procedimento non deve essere solo interna allo Stato membro di cui trattasi; dall’altro il settore oggetto della misura nazionale di cui è stata contestata la compatibilità con il diritto dell’Unione non deve essere stato ancora del tutto armonizzato.

Sul punto, secondo le argomentazioni formulate dall’Avvocato, l’imposta oggetto del procedimento attiene ad un settore non ancora armonizzato, non rientrando nell’ambito di applicazione delle direttive 2006/112/CE e 2008/7/CE. Tale conclusioni, pertanto, ha reso possibile l’analisi della questione con riferimento all’art. 63 TFUE, che vieta qualsiasi tipo di restrizione ai movimenti di capitali.

L’Avvocato ha precisato che, in ambito fiscale, il concetto di “restrizione” assume un’accezione più restrittiva rispetto ad altri settori. Affinché sia configurabile una restrizione nel settore fiscale, non è sufficiente che una determinata misura scoraggi i non residenti dall’investire in strumenti finanziari nazionali, ma è necessario che esista una discriminazione diretta o indiretta a scapito delle operazioni transfrontaliere. A tal proposito, è stato affermato che l’imposta in questione non crea alcuna discriminazione, in quanto trova applicazione indipendentemente dalla nazionalità o dal luogo di residenza dei soggetti coinvolti nella transazione.

Alla luce di tali considerazioni, l’Avvocato generale ha concluso dichiarando che: “L’articolo 63 TFUE deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale che applichi sulle transazioni finanziarie, indipendentemente dallo Stato di residenza degli operatori finanziari e dell’intermediario, un tributo che gravi sulle controparti della transazione, che sia pari ad un importo fisso crescente per fasce di valore delle negoziazioni e variabile in relazione alla tipologia dello strumento negoziato e al valore del contratto, e che sia dovuto in funzione del fatto che le operazioni soggette ad imposta abbiano ad oggetto la negoziazione di un derivato basato su un titolo emesso da una società residente nello Stato istituente il tributo stesso”.

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