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12/05/2020

Rimborso di interessi IVA, principi di effettività e di equivalenza


È contraria al diritto dell’Unione la normativa nazionale di uno Stato membro che, pur riconoscendo il diritto del contribuente al rimborso degli interessi sull’IVA versata in eccesso, li computa applicando un tasso corrispondente al tasso di base della banca centrale nazionale, allorché tale tasso è inferiore a quello che un soggetto passivo diverso da un ente creditizio dovrebbe pagare per prendere in prestito una somma pari a detto importo.

Al contrario, è coerente con il diritto dell’Unione una normativa nazionale che riconosca un termine quinquennale per la presentazione dell’istanza di rimborso degli interessi maturati sull’IVA versata in eccedenza e che subordini il pagamento di interessi di mora ad una specifica domanda.

Questi sono in estrema sintesi i principi desumibili dalla sentenza della Corte di Giustizia del 23 aprile 2020, resa nelle cause riunite C-13/18 e C-126/18.

Per mera chiarezza, si ricorda che quest’ultime traggono origine da una complessa vicenda interna al sistema normativo ungherese e, in particolare, dalla circostanza che tale normativa, secondo la quale il rimborso dell’IVA eccedente è subordinato al pagamento integrale del corrispettivo dovuto, era stata dichiarata contraria al diritto dell’Unione.

Invero, con la sentenza del 28 luglio 2011 (C- 247/10), la Corte dichiarava che la predetta normativa fosse contraria all’art. 183 della Direttiva IVA, legittimando, così, due società ungheresi all’esercizio del diritto di rimborso IVA.

Nello specifico, la Corte dichiara che discende dal diritto dell’Unione medesimo l’obbligo, posto a carico degli Stati membri, di restituire, con gli interessi, le imposte riscosse in violazione del diritto dell’Unione.

I giudici di Lussemburgo proseguono affermando che, in assenza di disciplina dell’Unione, spetta all’ordinamento giuridico interno di ciascuno Stato membro stabilire le condizioni in presenza delle quali tali interessi devono essere corrisposti, segnatamente per quanto riguarda l’aliquota degli interessi stessi e le loro modalità di calcolo, ma specificano che tali condizioni devono essere determinate avuto riguardo ai principi di equivalenza e di effettività.

Ragion per cui, non può considerarsi coerente con il diritto dell’UE una normativa (come quella ungherese) che limiti il periodo di debenza degli interessi ad un solo anno di imposta e che applichi, ai fini del calcolo degli interessi, un tasso inferiore a quello che “un soggetto passivo diverso da un ente creditizio dovrebbe pagare per prendere in prestito una somma pari a detto importo”.

La decisone della Corte fa leva su quella che è la ratio del pagamento degli interessi maturati sull’IVA eccedente, ossia compensare le perdite finanziarie generate, a svantaggio del soggetto passivo, dall’indisponibilità delle somme.

Per quanto concerne, invece, il termine entro cui deve essere azionato il diritto al rimborso degli interessi, la Corte dichiara che il diritto dell’Unione e, in particolare, i principi di effettività e di equivalenza devono essere interpretati nel senso che non ostano alla prassi di uno Stato membro che subordina a un termine di prescrizione quinquennale le domande di pagamento degli interessi sull’eccedenza dell’imposta sul valore aggiunto.

IVA