News

06/10/2020

Accertamento e diniego di rimborso IVA: stesso termine di decadenza?



La Sezione Tributaria della Corte di Cassazione, con l’ordinanza interlocutoria n. 20842 del 30 settembre 2020, ha rimesso al Primo Presidente della stessa Corte una questione di particolare importanza, relativa al termine concesso al Fisco per opporsi all’erogazione di un rimborso Iva.

La vicenda oggetto d’esame concerne il diniego di rimborso del credito Iva, rispetto al quale la Società contribuente asserisce l’avvenuta scadenza del termine di accertamento di cui all’art. 57 del d.p.r. n. 633/72.

Nello specifico, la contribuente impugna la sentenza pronunciata dalla CTR della Toscana, la quale – confermando la pronuncia di primo grado – considera legittimo il diniego di rimborso nel presupposto che il credito derivi da operazioni non inerenti l’esercizio dell’impresa, rispetto alle quali non operano i termini di decadenza previsti dal sopra citato articolo. Sostanzialmente, secondo la CTR, i predetti termini si applicano unicamente alle attività di accertamento e non anche a quelle in cui l’Amministrazione si opponga all’erogazione del rimborso di cui all’art. 30 del d.p.r. n. 633/72,  a ragione della non inerenza delle operazioni sottese alla maturazione del credito.

Premesso ciò, la Corte di Cassazione ricostruisce in maniera puntuale gli orientamenti giurisprudenziali formatisi in materia. In particolare, viene evidenziato che, secondo la tesi tradizionale, il diniego di rimborso del credito Iva soggiace al termine di cui all’art. 57 del d.p.r. 633/72 se esso dipende dalla contestazione della sussistenza della eccedenza detraibile indicata dal contribuente, mentre non vi soggiace se, pacifica tale sussistenza, vengono contestati i requisiti per l’accesso al rimborso.

Tuttavia, tale orientamento pare porsi in contrasto con il principio enunciato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite nella sentenza n. 5069 del 2016, secondo il quale “in tema di rimborso di imposte, l’Amministrazione finanziaria può contestare il credito esposto dal contribuente nella dichiarazione dei redditi anche qualora siano scaduti i termini per l’esercizio del suo potere, senza che abbia adottato alcun provvedimento, atteso che tali termini decadenziali operano limitatamente al riscontro dei suoi crediti e non dei suoi debiti, in applicazione del principio quae temporalia ad agendum, perpetua ad excepiendum”. Trattasi di un principio che, sebbene pronunciato con riferimento alle imposte dirette, è stato talvolta applicato in materia Iva, in evidente contrasto con l’orientamento prevalente.

Secondo i giudici rimettenti, diverse sono le argomentazioni che militano a favore della tesi che legittima il disconoscimento del credito Iva. In primis, se al contribuente è consentito in ogni tempo di eccepire, in sede contenziosa, l’errore commesso con la dichiarazione fiscale, non si vede il perché analoga eccezione non possa essere riconosciuta anche all’Amministrazione finanziaria. Del resto, analoghe conclusioni sono state raggiunte altresì in tema di condono fiscale.

Non mancano, però, argomenti a favore anche della tesi tradizionale. Viene richiamata, innanzitutto, la specificità dell’Iva, il cui funzionamento è regolato dal rispetto del principio di neutralità dell’imposta: concedere all’Amministrazione finanziaria di contestare in ogni tempo l’esistenza del credito potrebbe determinare una lesione di tale principio, incidendo sul corretto funzionamento del meccanismo dell’assolvimento e della detrazione. In secondo luogo, l’assenza di un termine di decadenza contrasterebbe con l’esigenza di assicurare certezza nei rapporti tributari, potendo incidere sulla circolazione dei crediti tributari, tra i quali quelli concernenti l’Iva sono sicuramente i più numerosi.

Alla luce delle considerazioni sopra evidenziate, la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione ha ritenuto opportuno trasmettere gli atti al Primo Presidente della stessa Corte per la eventuale rimessione alle Sezioni Unite.

tax time