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19/03/2021

Trasferimento di quote di s.p.a.: la giurisprudenza chiarisce l ’esenzione TUS


 

Nel caso in cui, mediante un patto di famiglia, il disponente dona, separatamente ed in parti uguali, ai suoi tre figli il 24,50% del capitale sociale di una s.p.a., non sussistono le condizioni per l’applicazione dell’esenzione dall’imposta sulle successioni e donazioni di cui all’art. 3, comma 4-ter, del d.lgs. n. 346/1990, neanche nell’ipotesi in cui i figli, il giorno successivo alla stipula del patto di famiglia, concludono un patto parasociale con cui si impegnano ad assumere all’unanimità qualsiasi decisione relativa all’ordinaria e straordinaria amministrazione.

Questo è il principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 6591 del 10 marzo 2021.

Il caso di specie concerne la portata applicativa del beneficio contemplato dall’articolo 3, comma 4-ter, del d.lgs. n. 346/1990, che, come noto, prevede che non siano soggetti all’imposta di successione e donazione i trasferimenti di partecipazioni in società di capitali, a favore dei discendenti e/o del coniuge, realizzati anche mediante patti di famiglia, a condizione che: i) il trasferimento consenta di acquisire il controllo della società ex art. 2359, comma 1, c.c.; ii) i beneficiari del trasferimento proseguano l’esercizio dell’impresa o detengano il controllo della società per un periodo non inferiore a 5 anni dalla data del trasferimento.

Nel caso portato all’esame dei giudici di legittimità, il disponente, titolare del 99% delle quote di una s.p.a., disponeva, mediante patto di famiglia, il trasferimento del 75% delle quote della società stessa ai suoi tre figli, dividendole in parti uguali. In atto, veniva richiesta l’applicazione dell’esenzione in parola, ma l’Agenzia delle entrate negava il beneficio, ritenendo assente il requisito del controllo di cui all’art. 2359, comma 1, c.c., richiesto dalla norma agevolativa.

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso formulato dall’Ufficio e cassa la sentenza di secondo grado che aveva, invece, ritenuto sussistente il presupposto per l’applicazione dell’esenzione “posto che il contratto era stato accompagnato dalla stipula di un patto parasociale accessorio con cui i tre figli avevano convenuto, con l'approvazione del padre, di adottare gestione e decisioni all'unanimità per cinque anni rinnovabili alla scadenza, con reciproco divieto di alienare azioni, sicché era evidente la volontà delle parti di porre in essere un controllo societario esclusivamente congiunto”.

I giudici di legittimità, interpretando letteralmente la norma, affermano che il patto parasociale, successivo ed accessorio al patto di famiglia, con il quale i legittimari beneficiari del patto convengono misure per assicurare il controllo societario ai sensi dell'art. 2359, comma 1, c.c. non è idoneo a integrare i presupposti del trattamento agevolativo, presupposti che, invece, devono sussistere, per espressa previsione normativa, al momento della stipula del patto, il quale tra l’altro deve prevedere il trasferimento di partecipazioni sociali con modalità che possano permettere il controllo societario.

Ne deriva, dunque, che ove la partecipazione del socio venga frazionata tra i figli, il controllo non può dirsi integrato in capo ai singoli e, di conseguenza, l’agevolazione non può operare.

Pertanto, nell'ipotesi in cui una partecipazione di controllo, posseduta dal dante causa, venga frazionata tra più discendenti, l'agevolazione spetta esclusivamente per l'attribuzione che consente l'acquisizione o l'integrazione del controllo da parte del discendente.

Nel caso, invece, in cui il trasferimento della partecipazione di controllo avvenga a favore di più discendenti in comproprietà, ai sensi dell'art. 2347 c.c., il beneficio deve essere sempre riconosciuto, a condizione che i diritti dei comproprietari vengano esercitati da un rappresentante comune, che disponga della maggioranza dei voti esercitabile nell'assemblea ordinaria.

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