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31/03/2021

Confermata la legittimità costituzionale dell’art. 20 Tur


 

Con la sentenza n. 39 del 16 marzo 2021, la Corte Costituzionale ha avuto modo di pronunciarsi nuovamente in merito alla legittimità costituzionale dell’art. 20 del Testo Unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro (di seguito “Tur”) così come risultante a seguito delle modifiche apportate dalle Leggi di Bilancio 2018 e 2019 (cfr., rispettivamente, art. 1, co. 87, lett. a), l. n. 205/2017 e art. 1, co. 1084, l. n. 145/2018), dichiarando – in linea con l’orientamento espresso dalla propria precedente decisione n. 158 del 21 luglio 2020 – non fondate le questioni sollevate dalla Commissione tributaria provinciale di Bologna. Quest’ultima, in particolare, con ordinanza del 13 novembre 2019 aveva sollevato questioni di legittimità costituzionale:

  1. in riferimento agli artt. 3 e 53 Cost., dell’art. 20 Tur «nella parte in cui dispone che, nell’applicare l’imposta di registro secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici dell’atto presentato alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente, si debbano prendere in considerazione unicamente gli elementi desumibili dall’atto stesso, “prescindendo da quelli extratestuali e dagli atti ad esso collegati, salvo quanto disposto dagli articoli successivi”»;
  2. in subordine, in riferimento agli «artt. 3, 81 (e 97), 101 (nonché 102 e 108), 24 Cost.», dell’art. 1, co. 1084, della Legge di Bilancio 2019, in forza del quale l’art. 1, co. 87, lett. a), della Legge di Bilancio 2018 «costituisce interpretazione autentica» del censurato art. 20.

Al riguardo, la Corte ha fatto anzitutto presente che, ai fini del giudizio di legittimità della norma in discorso, ciò che in particolare rileva concerne «l’intera, decennale, vicenda che ha interessato la complessa questione dell’applicazione dell’imposta di registro, caratterizzata», come peraltro già posto in evidenza nella sentenza n. 158 del 2020, «da uno stratificarsi di interpretazioni, che la giurisprudenza ha sviluppato anche in risposta alle varie forme in cui l’ordinamento si andava evolvendo per volontà del legislatore (che, dapprima, ha introdotto, nella disciplina dell’imposta, l’esplicito riferimento agli «effetti giuridici» dell’atto e poi, più in generale, per tutti i tributi, ha disciplinato l’abuso del diritto)». Secondo l’interpretazione fornita nella citata pronuncia, ha proseguito ancora la Corte, l’art. 1, co. 87, lett. a), l. n. 205/2017 ha avuto quale obiettivo quello di «ricondurre il citato art. 20 all’interno del suo alveo originario, dove l’interpretazione, in linea con le specificità del diritto tributario, risulta circoscritta agli effetti giuridici dell’atto presentato alla registrazione». Ed ancora, la Consulta ha sottolineato che «la legittimità di un intervento che attribuisce forza retroattiva a una genuina norma di sistema non è contestabile nemmeno quando esso sia determinato dall’intento di rimediare a un’opzione interpretativa consolidata nella giurisprudenza (anche di legittimità) che si è sviluppata in senso divergente dalla linea di politica del diritto giudicata più opportuna dal legislatore».

In conclusione, dichiarando:

-       manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 20 sollevate in riferimento agli artt. 3 e 53 Cost.;

-       non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, co. 1084, l. n. 145/2018 sollevate in riferimento all’art. 3 Cost.;

-       inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, co. 1084, l. n. 145/2018, sollevate in riferimento agli artt. 24, 81, 97, 101, 102 e 108 Cost.;

la Corte ha (nuovamente) confermato la piena legittimità costituzionale dell’art. 20 Tur.

 

martello