Attualità

06/02/2017

LA SOGGETTIVITÀ DEI FONDI COMUNI DI INVESTIMENTO


Appunti a margine della pronuncia del Tribunale di Milano

Il dibattito sorto attorno alla soggettività dei fondi comuni di investimento rappresenta assieme ai profili connessi alla responsabilità civile del gestore nei confronti degli investitori, alle modalità di gestione della crisi per incapienza e, da ultimo, alla qualificazione definitoria degli OICR e al relativo perimetro della riserva di attività uno dei temi di maggiore interesse, non solo scientifico, della complessiva disciplina della gestione collettiva del risparmio. Il Tribunale di Milano, Sezione specializzata in materia di impresa B (Relatore Mambriani), con sentenza n. 7232/2016 (R.G. 19175/2012), pubblicata il 10 giugno 2016 ha per ultimo affrontato, in via incidentale, la questione della natura giuridica dei fondi comuni di investimento, esprimendo un orientamento che si discosta nettamente, prima facie, dalla posizione assunta dalla Suprema Corte di Cassazione nel noto leading case n. 16605 del 2010. Il Tribunale, nel ripercorrere le impostazioni che si contendono in materia di natura giuridica dei fondi comuni, prende in considerazione il precedente della Corte di Cassazione, evidenziando taluni elementi di tale ricostruzione, che a suo dire, costituirebbero importanti precisazioni e correttivi alla rigida tesi del fondo comune di investimento quale patrimonio separato assimilabile alla fattispecie ex art. 2447-bis c.c. In particolare, il Tribunale di Milano ritiene che la Corte di Cassazione, pur nell’ambito di una ricostruzione che nega la soggettività giuridica al fondo, riconosca comunque, anche se indirettamente, le peculiarità di tale fattispecie, laddove distingue proprietà in senso sostanziale, posta in capo ai partecipanti al fondo, e proprietà in senso formale. Una siffatta impostazione, accolta nella sentenza in commento, è ritenuta dai giudici da un lato essenziale per rendere la lettura del fenomeno effettivamente aderente alla natura dei fondi di investimento (privi, pertanto, di soggettività giuridica), e dall’altro quasi necessitata, in ragione del regime di “doppia separazione” sia dal patrimonio dei partecipanti che dal patrimonio della SGR. Al riguardo, è stato ulteriormente rilevato come una gestione dei beni inclusi nel fondo, da parte del “proprietario” (la SGR), vincolata nel fine, nel metodo e nelle responsabilità in favore di coloro che hanno fornito i mezzi per l’acquisto dei beni (i partecipanti), non può che far degradare quella posizione giuridica di “proprietà” a posizione formale, svuotata di gran parte di quella sostanza - la signoria del volere nell’interesse proprio - che caratterizza la proprietà come abitualmente conosciuta nella sua accezione sostanzialistica. Di guisa, il Tribunale sostiene che la posizione del titolare del compendio patrimoniale chiamato “fondo” vada enucleata dalla sua rigida portata originaria (ad ogni bene, o insieme di beni, deve corrispondere un proprietario titolare) e “ricostruita in chiave essenzialmente obbligatoria a scopi eminentemente funzionali, quali consentire agevolmente il traffico giuridico, massimizzare le possibilità di profitto per partecipanti non in grado di gestire investimenti quali quelli descritti nel regolamento, aprire il mercato interessato dal regolamento ad investimenti che solo la raccolta attraverso i fondi può consentire”.

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