SFEF

2011/5

La disciplina fiscale delle operazioni finanziarie in valuta ai fini IRES e IRAP


Il presente contributo esamina la disciplina fiscale applicabile, sia ai fini IRES che ai fini IRAP, per la conversione in euro di componenti reddituali e patrimoniali derivanti da operazioni finanziarie in valuta. L’articolo analizza, fra l’altro, la conversione di interessi (anche indicizzati), scarti di emissione e dividendi in valuta, il trattamento delle differenze cambi rilevate in bilancio in relazione a crediti, debiti, obbligazioni, azioni e quote di fondi mobiliari in valuta e alcuni profili contabili e fiscali relativi alle più ricorrenti operazioni di copertura dal rischio di cambio.

1. Premesse

La disciplina fiscale applicabile per la conversione in euro delle componenti reddituali e patrimoniali derivanti da operazioni finanziarie in valuta poste in essere da società ed enti commerciali è piuttosto articolata. Il trattamento fiscale di tali operazioni è, per alcuni versi, influenzato dai diversi principi contabili applicabili, che possono prevedere differenti criteri di rappresentazione in bilancio per fattispecie analoghe. Inoltre, la disciplina delle operazioni in valuta ai fini dell’imposta sul reddito delle società (IRES) è diversa da quella applicabile ai fini dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP).

Nei paragrafi che seguono si esaminano le disposizioni che regolano la conversione in euro ai fini IRES di corrispettivi, proventi, oneri e spese di natura finanziaria in valuta e di attività e passività finanziarie in valuta (rispettivamente, paragrafi 2 e 3). Vengono di seguito riepilogate alcune brevi considerazioni circa il regime applicabile, ai medesimi fini, ai soggetti che adottano i principi contabili internazionali (paragrafo 4). Si analizzano, infine, le maggiori implicazioni derivati dalle conversione delle operazioni finanziarie in valuta ai fini IRAP (paragrafo 5).

2. Conversione in Euro di corrispettivi, proventi, spese e oneri in valuta di natura finanziaria...

La conversione in euro di corrispettivi, proventi, spese e oneri in valuta ai fini IRES è disciplinata dalle disposizioni contenute nel comma 2 dell’articolo 110 e nel comma 2 dell’articolo 9 del D.P.R. n. 917 del 22 dicembre 1986 (il TUIR). In particolare:

(i) il primo periodo del comma 2 dell’articolo 110 e il comma 2 dell’articolo 9 dettano il principio generale per la conversione delle suddette componenti in valuta (si vedano, in proposito, i paragrafi da 2.1 a 2.3);

(ii) il secondo e il terzo periodo del comma 2 dell’articolo 110 prevedono delle deroghe al principio generale per due fattispecie particolari: la conversione dei saldi contabili delle stabili organizzazioni all’estero di imprese italiane e la conversione dei saldi contabili in valuta delle imprese che adottano la contabilità plurimonetaria (di cui si dirà nel paragrafo 2.4).

2.1 Principio generale

Come anticipato, il trattamento fiscale delle componenti reddituali in valuta è in primo luogo disciplinato:

(i) dal primo periodo del comma 2 dell’articolo 110 del TUIR secondo cui “per la determinazione del valore normale dei beni e dei servizi e, con riferimento alla data in cui si considerano conseguiti o sostenuti, per la valutazione dei corrispettivi, proventi, spese e oneri in natura o in valuta estera, si applicano, quando non è diversamente disposto, le disposizioni dell’articolo 9; tuttavia i corrispettivi, i proventi, le spese e gli oneri in valuta estera, percepiti o effettivamente sostenuti in data precedente, si valutano con riferimento a tale data. […]”;

(ii) e dal primo periodo del comma 2 dell’articolo 9 del TUIR secondo cui “per la determinazione dei redditi e delle perdite i corrispettivi, i proventi, le spese e gli oneri in valuta estera sono valutati secondo il cambio del giorno in cui sono stati percepiti o sostenuti o del giorno antecedente più prossimo e, in mancanza, secondo il cambio del mese in cui sono stati percepiti o sostenuti”.

Secondo l’interpretazione prevalente in dottrina, condivisa dalla stessa amministrazione finanziaria[1], una lettura combinata delle disposizioni sopra citate porta a ritenere che la conversione in Euro delle componenti in parola deve essere effettuata al cambio del giorno in cui i corrispettivi e le spese si considerano percepiti o sostenuti, secondo i criteri di competenza previsti dal comma 2 dell’articolo 109 del TUIR. In termini generali, tale impostazione implica le seguenti conseguenze:

(i) per la conversione dei corrispettivi e delle spese in valuta relativi a trasferimenti di beni mobili, occorre fare riferimento al cambio del giorno di consegna o spedizione, ovvero, se diversa e successiva, alla data in cui si verifica l’effetto traslativo o costitutivo della proprietà o di altro diritto reale;

(ii) per la conversione dei corrispettivi e delle spese in valuta relativi a trasferimenti di beni immobili e aziende, occorre fare riferimento al cambio del giorno della stipulazione dell’atto di trasferimento della proprietà, ovvero, se diversa e successiva, alla data in cui si verifica l’effetto traslativo o costitutivo della proprietà o di altro diritto reale;

(iii) per la conversione dei corrispettivi e delle spese in valuta relativi a trasferimenti di crediti e strumenti finanziari in genere, in assenza di chiare disposizioni al riguardo, si dovrebbe avere riguardo al cambio del giorno in cui ha luogo il relativo trasferimento di titolarità ai fini civilistici[2];

(iv) per la conversione dei corrispettivi e delle spese in valuta relativi a prestazioni di servizi, occorre far riferimento al cambio del giorno in cui le prestazioni sono ultimate, fatto salvo quanto detto nel punto (v);

(v) per la conversione dei corrispettivi e delle spese in valuta relativi a prestazioni di servizi dipendenti da contratti di locazione, mutuo, assicurazione e altri contratti da cui derivano corrispettivi periodici, occorre far riferimento al cambio del giorno di maturazione dei corrispettivi;

(vi) in deroga a quanto detto nei punti da (i) a (v), per la conversione di corrispettivi, proventi, spese o oneri in valuta percepiti o sostenuti in data precedente rispetto a quella presuntivamente stabilita dal comma 2 dell’articolo 109 del TUIR, occorre far riferimento al cambio del giorno di incasso o corresponsione.

Si rimanda al successivo paragrafo 4 per alcune considerazioni specifiche circa la disciplina applicabile ai soggetti che redigono il bilancio di esercizio in conformità ai principi contabili internazionali.

2.1.1 Conversione di interessi

Per la conversione di interessi in valuta occorrerà normalmente procedere applicando i criteri generali indicati nei punti (v) e (vi) del paragrafo 2.1. Di conseguenza:

(i) per la conversione di interessi anticipati in valuta (i.e. interessi pagati all’inizio del relativo periodo di maturazione) si dovrà applicare il cambio a pronti vigente alla data di pagamento;

(ii) per la conversione di interessi posticipati in valuta, sembrano invece coesistere diverse interpretazioni circa la definizione del momento in cui l’operazione dovrebbe ritenersi effettuata ai fini fiscali e, di conseguenza, circa il tasso di cambio applicabile. In particolare:

a. secondo alcuni, gli interessi maturerebbero, sia ai fini contabili che fiscali, alla data finale del relativo periodo di maturazione (e.g. nel caso di interessi trimestrali, all’ultima data di ogni trimestre)[3]. Seguendo tale impostazione, la conversione degli interessi avverrebbe tramite l’applicazione del cambio vigente al termine del relativo periodo di maturazione[4];

b. secondo altri, gli interessi dovrebbero ritenersi maturati, sia ai fini contabili che fiscali, giorno per giorno, con la conseguenza che la relativa conversione avverrebbe tramite l’applicazione del cambio medio rilevato nel corso del relativo periodo di maturazione[5];

(iii) per la conversione di interessi in valuta il cui ammontare non è definito o certo all’inizio del relativo periodo di maturazione (e.g. interessi indicizzati all’andamento di parametri finanziari), si formulano le seguenti considerazioni:

a. i soggetti che adottano l’interpretazione discussa nel punto (ii)(a) potranno in linea di principio applicare il cambio vigente al termine del relativo periodo di maturazione, considerato che l’importo degli interessi è normalmente conosciuto entro tale data;

b. per i soggetti che adottano l’interpretazione discussa nel punto (ii)(b), l’interesse non potrà considerarsi maturato giorno per giorno, almeno sino alla data in cui il tasso di interesse viene definito. Ipotizzando un periodo di maturazione trimestrale con un tasso di remunerazione ancorato a un indice finanziario da misurarsi un mese prima della scadenza del relativo periodo di maturazione, la conversione della quota di interesse maturata “istantaneamente” alla data di definizione del tasso di remunerazione dovrebbe essere convertita al cambio di tale giorno, mentre la residua quota (che matura da quella data e sino al termine del trimestre) dovrebbe essere convertita utilizzando il cambio medio relativo al residuo periodo di maturazione[6].

2.1.2 Conversione di differenze di emissione su obbligazioni e titoli similari in valuta

Secondo la condivisibile opinione espressa da parte della dottrina[7], l’eventuale differenza di emissione relativa a obbligazioni e titoli similari in valuta (e.g. scarti di emissione) dovrebbe essere determinata confrontando il prezzo di emissione e quello di rimborso del titolo entrambi espressi in valuta. Tale differenza in valuta concorrerà a formare il reddito imponibile secondo il criterio pro-rata temporis con relativa conversione in base al cambio del giorno in cui l’operazione si intende effettuata ai fini fiscali (si veda in proposito quanto detto nel paragrafo 2.1.1).

2.1.3 Conversione di dividendi

In assenza di chiarimenti di prassi al riguardo, per la conversione di corrispettivi e spese in valuta che, in deroga ai principi stabiliti dal comma 2 dell’articolo 109 del TUIR, concorrono alla formazione del reddito imponibile in base al principio di cassa (i.e. nel periodo d’imposta in cui avviene il relativo incasso o pagamento), occorrerebbe far riferimento al cambio del giorno del relativo incasso o pagamento[8].

Di conseguenza, la conversione dei dividendi in valuta, che sono tassati in base al principio di cassa secondo quanto previsto dall’articolo 89, commi 2 e 2-bis del TUIR, dovrebbe essere effettuata applicando il cambio vigente alla data del relativo incasso.

2.2 Cambio “fiscale” di riferimento

Come detto, gli articoli 9 e 110 del TUIR prevedono che la conversione di corrispettivi, proventi, spese e oneri in valuta deve avvenire utilizzando il cambio del giorno in cui i suddetti componenti si considerano percepiti o sostenuti[9]. In caso di indisponibilità di tale cambio[10], occorre fare riferimento al cambio del giorno antecedente più prossimo o, in mancanza, al cambio del mese in cui sono stati percepiti o sostenuti. L’utilizzo del cambio mensile di cui al comma 9 dell’articolo 110 del TUIR[11] dovrebbe pertanto essere limitato alle circostanze in cui non sia disponibile né il cambio del giorno di effettuazione dell’operazione, né il cambio del giorno antecedente più prossimo.

I più volte citati articoli 9 e 110 del TUIR non definiscono tuttavia quale sia il cambio da utilizzare ai fini in discorso. Secondo l’opinione espressa da alcuni commentatori, nella generalità dei casi occorrerebbe fare riferimento alla disposizione contenuta nel comma 5 dell’articolo 4 del Decreto Legislativo 24 giugno 1998, n. 213 (c.d. Decreto euro) secondo cui “le quotazioni di riferimento contro euro delle valute estere sono rilevate per ciascuna giornata lavorativa secondo le procedure stabilite nell’ambito del Sistema europeo delle banche centrali[12]. Tali quotazioni sono divulgate al mercato dalla Banca Centrale Europea e, fra l’altro, dalla Banca d’Italia e vengono pubblicate periodicamente nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica a cura del Ministero dell’economia e delle finanze.

2.3 Compravendita di valute a termine a copertura di impegni contrattuali di acquisto o di vendita di beni in valuta. La Risoluzione n. 83/E del 30 marzo 2009

Con Risoluzione n. 83/E del 30 marzo 2009 (la Risoluzione 83), l’amministrazione finanziaria ha esaminato il quesito sottoposto da un contribuente avente ad oggetto il trattamento fiscale di operazioni di copertura di acquisti di materie prima in valuta. Le considerazioni espresse nella Risoluzione 83 interessano in quanto hanno una portata generale, non limitata agli acquisti di materie prime in valuta.

Il contribuente, al fine di fissare in anticipo il tasso di cambio per gli acquisiti (in valuta) sui mercati internazionali delle materie prime necessarie per la propria produzione, effettua operazioni di acquisto a termine di valuta (o “outright valutari”)[13]. Nell’istanza di interpello, il contribuente fa presente di rilevare, in conformità a quanto previsto dal principio contabile OIC n. 26 del 30 maggio 2005[14]:

(i) gli acquisti di beni in valuta oggetto di copertura al “cambio a pronti” vigente della data di stipula dell’outright valutario, in contropartita del relativo debito verso fornitori. In sostanza, seguendo tale impostazione, la società rileva l’utile o la perdita realizzata sull’outright valutario (pari alla differenza tra “cambio a pronti” alla data di stipula del contratto e il “cambio a pronti” alla relativa scadenza) in contropartita del costo di acquisto dei beni. Tale risultato viene ottenuto mediante una prima contabilizzazione dell’acquisto al tasso di cambio a pronti alla data di spedizione o consegna dei beni ed una successiva rettifica di detto costo (in aumento o in diminuzione, a seconda del caso) in funzione del cambio a pronti vigente alla data di stipula del contratto di copertura;

(ii) i “punti termine” (i.e. la differenza, positiva o negativa, fra il “cambio a termine” previsto dall’outright valutario e il “cambio a pronti” alla data della stipula del medesimo contratto) tra i componenti finanziari del conto economico secondo il criterio pro-rata temporis. I “punti termine” non influenzano pertanto il costo di acquisto delle materie prime.

Secondo l’opinione espressa dall’amministrazione finanziaria nella risoluzione in commento, contrariamente alla soluzione prospettata dal contribuente istante, la valorizzazione del costo dei beni in valuta al “cambio a pronti” alla data dell’operazione di copertura non assume rilevanza ai fini fiscali. Per effetto delle disposizioni fiscali contenute negli articoli 9 e 110 del TUIR, invero, i corrispettivi degli acquisti di beni mobili in valuta devono essere necessariamente convertiti in Euro secondo il cambio del giorno di consegna o spedizione[15].

Nella risoluzione, l’amministrazione sostiene anche che l’utile o perdita sull’outright valutario assume rilevanza fiscale autonoma rispetto all’acquisto dei beni oggetto di copertura. In particolare, tale componente concorre a formare il reddito imponibile nel periodo di imposta in cui viene a scadenza il contratto di copertura e in misura pari alla differenza tra il “cambio a pronti” rilevato alla data di scadenza dell’outright valutario e il “cambio a termine” contrattuale[16]. Seguendo tale impostazione si nega, fra l’altro, rilevanza fiscale all’imputazione dei “punti termine” a conto economico secondo il criterio pro-rata temporis.

Le considerazioni espresse dall’amministrazione finanziaria nella Risoluzione 83 potrebbero essere riviste, quantomeno con riguardo alle modalità di determinazione e al periodo di imputazione dell’utile o perdita realizzata sull’outright valutario. In particolare, nel caso esaminato dalla Risoluzione 83, si potrebbe, per un verso, riconoscere la rilevanza fiscale dei “punti termine” imputati a conto economico secondo il criterio pro-rata temporis e, per altro verso, determinare l’utile o la perdita realizzati alla scadenza del contratto di copertura in misura pari alla differenza tra i cambi a pronti alla data di scadenza del contratto e alla data di stipula del contratto (la c.d. “componente cambio”). Tale approccio sembrerebbe meglio valorizzare le disposizioni fiscali vigenti e, in particolare, il disposto dell’articolo 112 del TUIR in materia di rilevanza fiscale dei componenti positivi e negativi che risultano dalla valutazione delle c.d. “operazioni fuori bilancio”[17]. Si precisa tuttavia che, secondo una certa interpretazione, per i soggetti che non redigono il bilancio di esercizio in base ai principi contabili internazionali, l’eventuale deduzione dei “punti termine” rimarrebbe soggetta alle limitazioni stabilite dal comma 3 dell’articolo 112 del TUIR[18]. Tale soluzione ridurrebbe le differenze esistenti tra il trattamento contabile e quello fiscale dell’operazione, senza implicare alcuna sostanziale modifica in termini di determinazione delle base imponibile del contribuente[19]. La questione rimane tuttavia incerta.

2.4 Deroghe al principio generale: cenni

Disposizioni particolari sono previste dal secondo e dal terzo periodo del comma 2 dell’articolo 110 per la conversione, rispettivamente, dei saldi contabili delle stabili organizzazioni all’estero di imprese italiane e dei saldi contabili in valuta delle imprese che adottano la contabilità plurimonetaria. Nei paragrafi 2.4.1 e 2.4.2 ci si limita a riepilogare molto brevemente il regime fiscale applicabile a tali fattispecie, il cui esame esula dalle finalità del presente lavoro.

2.4.1 Conversione dei saldi di conto di stabili organizzazioni all’estero

La conversione in Euro dei saldi di conto sia reddituali che patrimoniali delle stabili organizzazioni all’estero deve essere effettuata secondo il cambio a pronti alla data di chiusura dell’esercizio[20]. Tale previsione consente di ridurre le complessità derivanti dall’applicazione dei criteri ordinariamente previsti per la conversione in Euro delle operazioni in valuta esaminati nel presente lavoro. La stessa norma stabilisce altresì che le differenze di cambio rispetto ai saldi di conto dell’esercizio precedente non concorrono alla formazione del reddito imponibile[21].

2.4.2 Contabilità plurimonetaria

Per le imprese che intrattengono in modo sistematico rapporti in valuta estera è consentita la tenuta della contabilità plurimonetaria, con conversione dei relativi saldi mediante applicazione del cambio di fine esercizio[22][23]. Anche questa previsione consente di ridurre notevolmente le complessità derivanti dall’applicazione dei criteri ordinariamente previsti per la conversione in Euro delle operazioni in valuta.

La norma in discorso, diversamente da quella prevista per la conversione dei saldi in valuta delle stabili organizzazioni all’estero, non stabilisce che le differenze di cambio rispetto ai saldi di conto dell’esercizio precedente non concorrono alla formazione del reddito. Di conseguenza, tali differenze concorreranno in linea di principio alla formazione del reddito imponibile[24].

3. Conversione in euro di attività e passività in valuta di natura finanziaria ai fini IRES

La conversione al cambio di fine esercizio delle attività e passività in valuta ai fini IRES è disciplinata dalla disposizione contenuta nell’articolo 110, comma 3 del TUIR. In sintesi:

(i) il primo periodo del comma 3 dell’articolo 110 stabilisce il principio generale di irrilevanza delle differenze cambi dalla conversione al cambio di fine esercizio di crediti, debiti, obbligazioni e titoli assimilati in valuta (esaminato nel paragrafo 3.1);

(ii) né l’articolo 110 citato, né altra disposizione del TUIR disciplinano la conversione al cambio di fine esercizio di attività e passività in valuta diverse da quelle di cui al punto (i), in relazione alle quali si pongono alcune questioni interpretative (di cui si dirà nel paragrafo 3.2);

(iii) infine, il secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 stabilisce una deroga al principio generale di irrilevanza delle differenze cambi per le attività e passività in valuta oggetto di copertura (come discusso nel paragrafo 3.3).

3.1 Crediti, debiti, obbligazioni e titoli assimilati

Come anticipato, il trattamento ai fini IRES della conversione di crediti, debiti e obbligazioni in valuta è disciplinato dal primo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR secondo cui “la valutazione secondo il cambio alla data di chiusura dell’esercizio dei crediti e debiti in valuta, anche sotto forma di obbligazioni, di titoli cui si applica la disciplina delle obbligazioni ai sensi del codice civile o di altre leggi o di titoli assimilati, non assume rilevanza”.

Tale norma stabilisce il generale principio di irrilevanza fiscale delle differenze iscritte nel conto economico e derivanti dalla valutazione di crediti, debiti, obbligazioni e titoli assimilati al cambio di fine esercizio. Tale disposizione si applica con riferimento a tutti crediti in valuta, indipendentemente dal fatto che risultino iscritti nell’attivo circolante o nelle immobilizzazioni finanziarie, e a tutti debiti in valuta, indipendentemente dal fatto che siano liquidabili a breve o a medio-lungo termine[25].

L’irrilevanza delle differenze cambi su crediti e debiti in valuta è causa di varie complicazioni nella gestione delle suddette poste, da ricondursi principalmente al disallineamento dei relativi valori contabili e fiscali[26] e alla necessità di distinguere tra differenze cambi da valutazione e da realizzo, posto il differente trattamento ai fini fiscali (normalmente irrilevanti le prime, rilevanti le seconde)[27].

In ipotesi di svalutazioni di crediti in valuta estera, ulteriori complicazioni derivano dalla necessità di enucleare, ai soli fini fiscali, la perdita cambi dalla svalutazione in senso stretto nel caso in cui tali componenti non siano state separatamente indicate in bilancio, considerato che la prima componente è normalmente irrilevante ai fini fiscali mentre la seconda potrebbe essere deducibile per effetto delle disposizioni contenute nell’articolo 106 del TUIR[28].

Per completezza, si segnala anche che, secondo l’opinione prevalente, i disallineamenti tra valori contabili e fiscali delle attività e passività in valuta derivanti dalla disposizione in commento (i.e. primo periodo del comma 3 dell’art. 110 del TUIR) comportano la necessità di iscrivere imposte differite o anticipate in bilancio[29].

3.1.1 Ambito applicativo del primo periodo del comma 3 dell’art. 110 del TUIR

La disposizione in esame si applica, oltre che per la conversione di crediti, debiti e obbligazioni, anche per la conversione di “titoli cui si applica la disciplina delle obbligazioni ai sensi del codice civile o di altre leggi” e di “titoli assimilati alle obbligazioni”. In proposito, si fa presente quanto segue:

(i) tale disposizione trova applicazione sia alle obbligazioni e ai titoli assimilati emessi che a quelli che si trovano nel portafoglio del soggetto che procede alla relativa valutazione[30];

(ii) la nozione di “titoli cui si applica la disciplina delle obbligazioni ai sensi del codice civile o di altre leggi” dovrebbe includere gli strumenti finanziari di cui all’articolo 2411, comma 3, del codice civile[31]. Tale nozione dovrebbe altresì comprendere i titoli emessi dalle banche ai sensi dell’articolo 12 del decreto legislativo 1 settembre 1993 n. 385, inclusi i titoli irredimibili di cui al comma 7 del richiamato articolo 12[32];

(iii) più complessa risulta la definizione della nozione di “titoli assimilati alle obbligazioni”, considerato che la norma non chiarisce quale sia la disciplina a cui occorre fare riferimento per interpretare tale locuzione. In proposito, si segnala quanto segue:

a. alcuni commentatori ritengono che, ai fini dell’individuazione dei “titoli assimilati alle obbligazioni” di cui al comma 3 dell’articolo 110, si dovrebbe fare riferimento alla nozione di “titoli similari alle obbligazioni” contenuta nell’articolo 44, comma 2, lettera c) del TUIR[33];

b. secondo altri commentatori[34], al contrario, la nozione di “titoli assimilati alle obbligazioni” avrebbe una portata più ampia di quella dei “titoli similari alle obbligazioni” di cui all’articolo 44, comma 2, lettera c) del TUIR. Ciò porterebbe ad includere in tale nozione anche i “titoli atipici” disciplinati dall’articolo 5 del D.L. n. 512 del 30 settembre 1983 (il D.L. n. 512/83) che si qualificano quali “titoli assimilati alle obbligazioni” dal punto di vista civilistico. Seguendo questa interpretazione si giungerebbe peraltro a concludere per l’inclusione in tale categoria anche di strumenti “assimilati alle obbligazioni” ai fini civilistici ma “similari alle azioni” ai sensi dell’articolo 44, comma 2, lettera a) del TUIR; secondo gli autori citati, tuttavia, tale possibilità dovrebbe essere esclusa in base ad una lettura sistematica delle disposizioni fiscali[35];

c. l’interpretazione citata al punto (b) sembra essere più aderente al tenore letterale della disposizione. Tuttavia, da un punto di vista pratico, si rileva che tale interpretazione si differenzia dalla prima solo per la possibile estensione della disciplina in discorso ai titoli che siano assimilati alle obbligazioni da un punto di vista civilistico ma che rientrino, ai fini fiscali, nella categoria dei “titoli atipici” di cui all’articolo 5 del D.L. n. 512/83. Invero, seguendo entrambe le interpretazioni, i “titoli similari alle obbligazioni” (ai sensi dell’articolo 44, comma 2, lettera c) del TUIR) risulterebbero essere sempre compresi nella nozione di “titoli assimilati alle obbligazioni”, mentre gli “strumenti finanziari similari alle azioni” (ai sensi dell’articolo 44, comma 2, lettera a) del TUIR) risulterebbero esserne sempre esclusi;

d. la nozione di “titoli assimilati alle obbligazioni” dovrebbe in linea di principio comprendere anche i titoli emessi nell’ambito delle operazioni di cartolarizzazione. Le caratteristiche di tali titoli non dovrebbero essere tali da inficiare la riconducibilità dei medesimi alla nozione in esame. Peraltro, si rileva che tali titoli, anche se emessi da società di cartolarizzazione estere, sono sempre assimilati alle obbligazioni ai fini fiscali secondo quanto previsto dall’articolo 6 della L. n. 130 del 30 aprile 1999[36].

3.2 Attività e passività diverse

Né l’articolo 110 del TUIR, né altra disposizione fiscale si occupano di disciplinare la conversione in Euro di attività e passività in valuta diverse da crediti, debiti, obbligazioni e titoli assimilati, quali ad esempio le azioni, gli strumenti similari alle azioni e le quote di fondi di investimento mobiliare.

Secondo l’opinione prevalente, le differenze cambi su strumenti finanziari diversi da crediti, debiti, obbligazioni e titoli assimilati dovrebbero essere soggette al regime proprio applicabile alle plusvalenze e minusvalenze da valutazione e da realizzo dello strumento in relazione al quale si originano[37]. Invero, in assenza di disposizioni fiscali ad hoc, si deve ritenere che tali differenze cambi concorrano a formare le plusvalenze o minusvalenze da valutazione o da realizzo dei suddetti strumenti.

3.2.1 Azioni e strumenti finanziari similari in valuta

Come anticipato, la disposizione contenuta nel comma 3 dell’articolo 110 del TUIR non risulta essere applicabile, fra l’altro, alle azioni o quote e agli strumenti finanziari similari alle azioni di cui all’articolo 44, comma 2, lettera a) del TUIR[38]. Le eventuali differenze cambi rilevate in bilancio a fine esercizio saranno pertanto soggette alle disposizioni che disciplinano il trattamento fiscale delle componenti valutative su tali strumenti. Di conseguenza:

(i) le eventuali differenze cambi rilevate in sede di valutazione a fine esercizio di azioni e strumenti similari concorreranno a formare le plusvalenze o minusvalenze da valutazione dei suddetti strumenti, risultando pertanto fiscalmente irrilevanti (ai sensi dell’articolo 110, comma 1, lettera d) del TUIR[39]);

(ii) per i soli soggetti che redigono il bilancio di esercizio in conformità ai principi contabili internazionali, le eventuali differenze cambi rilevate in sede di valutazione a fine esercizio di azioni e strumenti similari, classificati fra gli “strumenti finanziari detenuti per la negoziazione” ai fini dello IAS 39, concorreranno a formare le plusvalenze o minusvalenze da valutazione dei suddetti strumenti, assumendo pertanto rilevanza fiscale (ai sensi dell’articolo 110, comma 1-bis, lettera b) del TUIR[40]).

Si ritiene che le considerazioni di principio appena svolte siano applicabili anche per la definizione del trattamento fiscale delle eventuali differenze cambi che si originano in sede di realizzo dei medesimi strumenti. In particolare:

(i) le differenze cambi realizzate in sede di cessione di azioni, quote o strumenti finanziari similari che beneficiano del regime di c.d. participation exemption concorreranno a formare le relative plusvalenze e minusvalenze da realizzo, le quali risulteranno, rispettivamente, imponibili nella misura del 5 per cento (ai sensi dell’articolo 87, comma 1 del TUIR) e interamente indeducibili (ai sensi dell’articolo 101, comma 1 del TUIR);

(ii) le differenze cambi realizzate a seguito della cessione di azioni e strumenti finanziari similari diversi da quelli indicati nel punto (i) concorreranno a formare le relative minusvalenze o plusvalenze da realizzo, le quali assumeranno piena rilevanza ai fini fiscali (risultando interamente imponibili o deducibili, a seconda del caso).

3.2.2 Quote di fondi comuni di investimento mobiliare esteri in valuta

Secondo l’opinione prevalente, anche le quote di fondi comuni di investimento mobiliare esteri non sarebbero riconducibili alla nozione di crediti, debiti, obbligazioni o titoli assimilati di cui al primo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR, considerato che tale disposizione non contiene un riferimento generalizzato a tutti i “titoli in serie o di massa”[41]. Di conseguenza, anche in relazione alle eventuali differenze cambi rilevate a fine esercizio su tali strumenti, possono essere formulate considerazioni analoghe a quelle discusse nel paragrafo 3.2.1. In particolare:

(i) le eventuali differenze cambi rilevate a fine esercizio su quote di fondi comuni di investimento mobiliare esteri iscritte nell’attivo circolante dovrebbero assumere rilevanza ai fini fiscali secondo le ordinarie disposizioni che regolano le componenti valutative su titoli e strumenti non immobilizzati (ai sensi degli articoli 9, 92 e 94 del TUIR)[42];

(ii) le eventuali differenze cambi rilevate a fine esercizio su quote di fondi comuni esteri iscritte nell’attivo immobilizzato dovrebbero concorrere a formare le plusvalenze e minusvalenze da valutazione sui suddetti strumenti, con la conseguenza che le plusvalenze da valutazione risulteranno essere imponibili nel limite delle minusvalenze da valutazione dedotte (ai sensi degli articoli 9, 92, 94, 101, comma 2 e 110, comma 1, lettera c), ultimo periodo del TUIR)[43];

(iii) per i soggetti che redigono il bilancio di esercizio in conformità ai principi contabili internazionali, occorrerà considerare anche la disposizione contenuta nell’articolo 110, comma 1-bis, lettera a) del TUIR, secondo cui i maggiori o minori valori dei titoli iscritti nell’attivo immobilizzato, che sono imputati a conto economico in base alla corretta applicazione di tali principi, assumono rilevanza anche ai fini fiscali.

3.2.3 Valuta estera in cassa, depositi e conti correnti bancari e postali in valuta

Secondo l’interpretazione prevalente, le differenze cambi rilevate a fine esercizio in relazione alle valute estere in cassa, ai depositi bancari e postali e ai saldi attivi di conto corrente incassabili a pronti non dovrebbero essere soggette alla disposizione di cui al primo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR. Di conseguenza, tali differenze cambi dovrebbero assumere piena rilevanza fiscale.

Tale conclusione riflette la considerazione secondo cui le differenze cambi in discorso dovrebbero integrare il requisito della certezza, considerato che le suddette poste, rappresentando disponibilità liquide a pronti (e non disponibilità liquide a termine[44]), possono essere convertite in Euro in qualsiasi momento. Tale conclusione è peraltro coerente con il trattamento delle suddette poste ai fini di bilancio. Invero, secondo lo schema di stato patrimoniale di cui all’articolo 2424 del codice civile, le valute estere in cassa e i depositi bancari e postali in valuta non sono classificati in bilancio fra i crediti da includersi nelle immobilizzazioni finanziarie o nell’attivo circolante, ma nella voce disponibilità liquide.

Tale interpretazione trova conferma nell’opinione espressa dalla stessa amministrazione finanziaria, in via ufficiosa, in una risposta ad un quesito in occasione della diretta MAP del 18 maggio 2006[45], oltre che da vari commentatori[46] e da una recente sentenza di una commissione tributaria provinciale[47].

Sul punto, tuttavia, si segnala l’esistenza di una recente sentenza di una commissione tributaria regionale, avente ad oggetto il trattamento fiscale delle differenze cambi che si originano su conti correnti bancari in valuta che, secondo alcuni commentatori, si porrebbe in contrasto con l’interpretazione sopra discussa[48]. Il riferimento è alla sentenza n. 6 del 25 gennaio 2011 della Commissione tributaria regionale della Lombardia (la Sentenza n. 6/2011) che ha ritenuto che le differenze cambi che si originano per effetto della valutazione al cambio di fine esercizio di conti correnti in valuta non rilevano ai fini fiscali in quanto “in base all’art. 110, comma 3 del TUIR, i componenti positivi e negativi sui cambi, hanno rilevanza fiscale nel momento del loro realizzo e quindi, i seguito dell’incasso o del pagamento in valuta estera”. La sentenza in discorso non contiene particolari argomentazioni a supporto della citata conclusione. Peraltro, dalla lettura della sentenza, non è del tutto chiaro quale sia il caso sottoposto all’attenzione della commissione. In alcuni passi della sentenza, invero, si fa riferimento a differenze cambi su debiti bancari in valuta, come se il caso riguardasse una società che si era finanziata tramite un conto corrente in valuta, che risultava avere un saldo negativo a fine esercizio. La rilevanza di tale sentenza potrebbe, pertanto, essere circoscritta ai soli saldi negativi di conto corrente in valuta, che si originano, ad esempio, per scoperti di conto corrente e che, ai fini di bilancio, vengono classificati fra i debiti bancari[49].

Ciò detto, occorre anche segnalare che, secondo quanto sostenuto dall’amministrazione finanziaria nell’ambito del procedimento relativo alla Sentenza n. 6/2011, i depositi bancari e postali dovrebbero qualificarsi quali crediti dal punto di vista civilistico, rimanendo quindi soggetti al comma 3 dell’articolo 110 del TUIR[50]. Aderendo a tale tesi si giungerebbe a concludere per l’irrilevanza fiscale delle differenze cambi rilevate a fine esercizio non solo su saldi negativi di conto corrente, ma anche sui depositi bancari e postali e sui saldi attivi di conto corrente. Si ritiene che la suddetta interpretazione non rifletta correttamente la ratio del comma 3 citato che è una disposizione “coerente con il principio dell’ordinamento tributario che tende a non attribuire rilevanza fiscale a valori non realizzati ma soltanto a quelli effettivamente conseguiti”[51]. Invero, come già detto, i depositi bancari e postali e i saldi attivi di conto corrente in valuta possono essere convertiti in Euro a pronti in qualsiasi momento (non costituendo disponibilità liquide a termine). Pertanto, le differenze cambi rilevate a fine esercizio su tali poste dovrebbero ritenersi di esistenza certa, oltre che di ammontare determinabile in modo obiettivo.

Si segnala infine che la Sentenza n. 6/2011 ha in ogni caso disposto la disapplicazione di sanzioni, considerata la sussistenza di obiettive condizioni di incertezza circa l’interpretazione della disposizione in commento.

3.3 Copertura del rischio di cambio su crediti, debiti e obbligazioni

Il trattamento fiscale delle attività e passività in valuta oggetto di copertura è disciplinato dal secondo periodo del comma 3 dell’art. 110 del TUIR secondo cui “si tiene conto della valutazione al cambio della data di chiusura dell’esercizio delle attività e delle passività per le quali il rischio di cambio è coperto, qualora i contratti di copertura siano anche essi valutati in modo coerente secondo il cambio di chiusura dell’esercizio”.

Tale disposizione stabilisce una deroga al principio di irrilevanza fiscale delle valutazioni al cambio di fine esercizio, prevista dal primo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR, per i casi in cui le attività o passività in valuta siano coperte tramite contratti di copertura valutati in modo coerente[52].

3.3.1 Ambito applicativo del secondo periodo del comma 3 dell’art. 110 del TUIR

Circa l’ambito applicativo della disposizione in commento, si rileva quanto segue:

(i) si ritiene che la disposizione in commento, ancorché faccia riferimento ad attività e passività in valuta, dovrebbe trovare applicazione esclusivamente con riferimento alle poste indicate nel primo periodo del medesimo comma 3, i.e. crediti, debiti, obbligazioni e titoli assimilati alle obbligazioni. Tale disposizione dovrebbe essere priva di rilevanza con riferimento alle coperture in cambi di attività o passività diversa da quelle appena indicate (e.g. azioni, strumenti similari alle azioni, quote di fondi mobiliari esteri, etc.). A favore di tale conclusione depone, in primo luogo, la collocazione della disposizione, che è inserita nel comma 3 dell’articolo 110, il quale disciplina esclusivamente la valutazione al cambio di fine esercizio di crediti, debiti, obbligazioni e titoli assimilati. Tale conclusione trova inoltre una indiretta conferma nelle indicazioni contenute nella Relazione della Commissione Gallo[53] e nell’opinione espressa dall’amministrazione finanziaria in un documento di prassi[54]. Tale conclusione sembra essere condivisa anche da altri commentatori[55];

(ii) la disposizione dovrebbe ritenersi applicabile solo in presenza di operazioni di copertura dal rischio di cambio realizzate mediante l’utilizzo di “contratti di copertura”, escludendo ad esempio l’utilizzabilità di crediti o debiti in valuta quali strumenti di copertura di altre poste in valuta[56]. Secondo alcuni commentatori[57], nella nozione di “contratti di copertura” in esame rientrerebbero anche eventuali contratti di assicurazione, stanti le indicazioni fornite dell’amministrazione finanziaria in passato con riferimento al previgente articolo 76, comma 2 del TUIR[58];

(iii) nel silenzio della norma, la nozione di copertura che rileva ai fini della disposizione in esame è, secondo l’opinione prevalente in dottrina[59], quella prevista dall’articolo 112, comma 6 del TUIR (che detta criteri applicabili per la generalità dei contribuenti e che stabilisce, per i soli soggetti che redigono il bilancio di esercizio in conformità ai principi contabili internazionali, la rilevanza fiscale della nozione più stringente prevista dallo IAS 39)[60]. Tale conclusione sembra peraltro essere condivisa dalla stessa amministrazione finanziaria[61];

(iv) la disposizione dovrebbe applicarsi solo con riferimento alle coperture aventi ad oggetto il rischio di cambio e non anche altre tipologie di rischi[62];

(v) la disposizione dovrebbe trovare applicazione solo in presenza di contratti di copertura del rischio cambio che siano “valutati in modo coerente secondo il cambio di chiusura dell’esercizio”[63].

3.3.2 Requisito della valutazione coerente del contratto di copertura

Come anticipato nel punto (v) del paragrafo 3.3.1, la deroga al principio di neutralità fiscale prevista dal secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 in commento trova applicazione a condizione che, fra l’altro, il contratto derivato di copertura del rischio di cambio sia “valutato in modo coerente secondo il cambio di chiusura dell’esercizio”. L’interpretazione del requisito della “valutazione coerente” del contratto derivato non è agevole, anche a causa delle diverse modalità di contabilizzazione delle operazioni di copertura in cambi previste dai diversi principi contabili applicabili, come discusso nei paragrafi che seguono.

3.3.2.1 Principi contabili di cui al D.Lgs. n. 87/1992

La disposizione contenuta nel secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR risulta essere in linea di principio applicabile per le coperture in cambi di attività e passività finanziarie che generano interessi poste in essere dalle società che redigono il bilancio di esercizio in conformità ai principi contabili di cui al D.Lgs. n. 87 del 27 gennaio 1992 (in materia di bilanci di esercizio e consolidati delle banche e di altre società finanziarie[64]).

In base a tali principi, invero, i derivati valutari a copertura di attività e passività in valuta che generano interessi devono essere valutati, coerentemente con le attività e passività coperte, al cambio a pronti corrente alla data di chiusura dell’esercizio[65]. Tale modalità di contabilizzazione e la relativa rilevanza ai fini fiscali trova conferma nella relazione governativa al provvedimento legislativo che ha a suo tempo introdotto nel TUIR la disciplina fiscale delle c.d. “operazioni fuori bilancio”[66]. Secondo l’opinione espressa da una parte della dottrina[67], nell’ambito del richiamato D.Lgs. n. 87/1992, il suddetto criterio valutativo troverebbe applicazione non solo per i contratti di compravendita a termine di valuta (c.d. outright valutari), ma per tutti i derivati valutari (e.g. domestic currency swap, currency swap, currency option, etc.)[68].

Pertanto, per le società che adottano i principi contabili di cui al D.Lgs. n. 87/1992 citato, risulta essere applicabile la disposizione di cui al secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR, con le seguenti conseguenze:

(i) gli utili o le perdite derivanti dalla valutazioni al cambio di fine esercizio delle attività e passività in valuta oggetto di copertura concorrono a formare la base imponibile IRES ai sensi del secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 citato;

(ii) la “componente cambio” relativa al contratto di copertura valutato in modo coerente (i.e. la differenza tra la valorizzazione del contratto secondo il cambio a pronti alla chiusura dell’esercizio e quella secondo il cambio a pronti alla data di stipula del contratto di copertura) concorre parimenti a formare la base imponibile IRES ai sensi del comma 4 dell’articolo 112 del TUIR (che stabilisce il c.d. principio di simmetria di trattamento fiscale tra le componenti reddituali sul derivato e sullo strumento coperto)[69]. La piena rilevanza fiscale di tale modalità di valutazione del derivato, anche in deroga al criterio previsto dall’articolo 112, comma 3, lettera c) del TUIR, è confermata dalla relazione governativa al provvedimento legislativo che ha introdotto nel TUIR l’articolo 103-bis, poi trasfuso nell’attuale articolo 112[70].

Si può agevolmente dimostrare che l’adozione del suddetto criterio valutativo implica che l’eventuale differenziale in cambi che si genera nell’ipotesi in cui il contratto di copertura sia stipulato in data successiva rispetto alla rilevazione dell’attività o passività in valuta coperta viene iscritto nel conto economico nell’esercizio in cui viene stipulato il contratto di copertura e concorre a formare il reddito imponibile nel medesimo periodo[71].

Si rileva infine che i “punti termine” relativi a contratti di copertura di attività o passività produttive di interessi imputati a conto economico pro-rata temporis, secondo quanto previsto dai principi contabili di cui al D.Lgs. n. 87/1992, dovrebbero assumere rilevanza anche ai fini fiscali (secondo il medesimo criterio di imputazione temporale). Conclusioni analoghe sono state raggiunte in dottrina con riferimento a soggetti che adottano i principi contabili di cui al codice civile[72]. Si ritiene che tale conclusione rifletta correttamente le disposizioni fiscali vigenti e, in particolare, l’articolo 112 del TUIR in materia di rilevanza fiscale dei componenti reddituali che risultano dalla valutazione delle operazioni fuori bilancio[73]. Peraltro, la rilevanza fiscale dei “punti termine” imputati a conto economico per maturazione è coerente con il trattamento fiscale della “componente cambio” che, come sopra detto, concorre a formare la base imponibile IRES nel periodo di imputazione a conto economico; una diversa impostazione risulterebbe essere priva di logica.

3.3.2.2 Principi contabili di cui al codice civile (e OIC 26)

Secondo l’opinione espressa da vari commentatori[74], la disposizione contenuta nel secondo periodo del comma 3 dell’art. 110 del TUIR non risulterebbe essere invece applicabile per tutte le società industriali e commerciali che redigono il bilancio in conformità ai principi contabili di cui al codice civile, attenendosi alle linee guida fornite dal principio contabile OIC 26.

Il principio contabile OIC 26 (rubricato Operazioni e partite in moneta estera) considera, invero, il trattamento contabile di un outright valutario stipulato a copertura di attività o passività in valuta e non sembra richiedere la valutazione al cambio di fine esercizio dei crediti e debiti in valuta oggetto di copertura, né la valutazione coerente dei contratti di copertura (cfr. paragrafo 6.2 del principio OIC 26). Tale principio si limita a prescrivere:

(i) l’imputazione dei “punti termine” relativi al contratto di copertura a conto economico secondo il criterio pro-rata temporis;

(ii) nel solo caso in cui la copertura sia stata posta in essere successivamente all’effettuazione dell’operazione che ha originato l’attività o passività in valuta oggetto di copertura, l’imputazione a conto economico del differenziale cambi maturato sulla attività o passività in valuta prima della stipula dell’operazione di copertura (con contropartita il debito o il credito in valuta).

In conseguenza della suddetta impostazione contabile:

(i) non assumono normalmente rilevanza fiscale le differenze cambi a fine esercizio sulle attività o passività in valuta coperte, considerato che tali differenze non risultano essere iscritte in bilancio. Come rilevato in dottrina, invero, se la valutazione al cambio di fine anno non è richiesta dai principi contabili, questa risulterà totalmente irrilevante anche ai fini fiscali, considerato che il citato articolo 110, comma 3 del TUIR “non impone la valutazione delle attività/passività in valuta, ma dispone unicamente la rilevanza fiscale dei risultati reddituali derivanti da tale valutazione allorquando i relativi contratti derivati siano valutati in modo coerente[75];

(ii) non assumono normalmente rilevanza fiscale le componenti valutative sui derivati valutari di copertura. Anche le disposizioni fiscali in materia di componenti valutative su derivati, infatti, non consentono di attribuire alcuna rilevanza fiscale a poste valutative che non risultano essere rilevate in bilancio.

Secondo l’opinione espressa da una parte della dottrina, i “punti termine” relativi a contratti di copertura di attività o passività imputati a conto economico per maturazione, secondo quanto previsto dal principio contabile OIC 26, dovrebbero comunque assumere rilevanza anche ai fini fiscali secondo il medesimo criterio[76].

Risulta essere maggiormente incerta la definizione del trattamento fiscale applicabile all’eventuale differenza cambi rilevata a conto economico in caso di stipula del contratto di copertura in data successiva rispetto alla rilevazione dell’attività o passività in valuta coperta. La rilevanza fiscale di tale componente risulterebbe preclusa, qualora ci si attenesse ad una interpretazione letterale della disposizione contenuta nel secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110, considerato che la valutazione delle attività e passività in valuta e dei relativi contratti di copertura non avviene al cambio a pronti alla data di chiusura dell’esercizio. Tuttavia, secondo una interpretazione logico-sistematica, potrebbe riconoscersi rilevanza fiscale alla suddetta differenza, considerato che, per un verso, tali poste sono comunque valutate in modo coerente e che, per altro verso, si può agevolmente dimostrare che il criterio valutativo previsto dall’OIC 26 determina effetti reddituali identici a quelli che sarebbero scaturiti dalla valutazione coerente delle medesime poste al cambio di fine esercizio[77]. La questione è tuttavia incerta.

Come detto, l’impostazione prevista dal principio contabile OIC 26 per la copertura del rischio cambio di attività e passività in valuta determina, quantomeno sotto il profilo reddituale, conseguenze identiche a quelle derivanti dall’applicazione dei principi contabili di cui al D.Lgs. n. 87/1992. Ci si chiede pertanto se, anche per i soggetti che adottano i principi contabili di cui al codice civile, non risulti maggiormente opportuno procedere alla valutazione, al cambio a pronti di fine esercizio, sia delle attività o passività in valuta produttive di interessi coperte che del derivato di copertura. In tale ipotesi, troverebbe piena applicazione il secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 TUIR. Tale impostazione sembrerebbe percorribile sotto il profilo civilistico, considerato che:

(i) la valutazione delle attività e passività in valuta coperte al cambio a pronti di fine esercizio dovrebbe ritenersi coerente con l’ampio tenore letterale dell’articolo 2426, comma 1, numero 8-bis) del codice civile, che richiede tale valutazione per tutte le attività e passività in valuta iscritte in bilancio, ad eccezione delle sole immobilizzazioni non monetarie[78] e indipendentemente dall’esistenza di operazioni di copertura[79][80];

(ii) la valutazione delle attività e passività in valuta coperte e del relativo contratto di copertura in base del cambio a pronti alla data di chiusura dell’esercizio non dovrebbe ritenersi incompatibile con i principi contabili di cui al codice civile, anche considerato che tale criterio risulta essere adottato dall’OIC 26 per il trattamento contabile delle operazioni di copertura di esposizioni nette in valuta (si veda il paragrafo 6.4 dell’OIC 26).

Sul punto non si condividono le considerazioni espresse da Assonime secondo cui la valutazione dei derivati valutari di copertura al cambio a pronti di fine esercizio non sembrerebbe possibile[81]. Tale valutazione è possibile, come confermato dall’OIC 26 (con riferimento alle operazioni di copertura di esposizioni nette in valuta estera) e dalle disposizioni del D.Lgs. n. 87/1992[82]. L’ammissibilità di tale criterio di valutazione dei derivati valutari di copertura è peraltro confermata dal secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR e dalla relazione governativa al provvedimento legislativo che ha introdotto nel TUIR l’articolo 103-bis, poi trasfuso nell’attuale articolo 112[83]. Il fatto che tale criterio di valutazione non sia rappresentativo del valore di mercato del derivato alla chiusura dell’esercizio è del tutto irrilevante ai fini in discorso, considerato che il suddetto criterio di valutazione è teso a riflettere l’operazione di copertura in essere, mediante una valutazione coerente dello strumento coperto e di quello di copertura.

Per completezza, si segnala infine l’orientamento di Assonime, secondo cui le suddette operazioni di copertura potrebbero essere rappresentate in bilancio, in alternativa rispetto a quanto previsto dall’OIC 26, valutando l’attività o passività in valuta al cambio di fine esercizio e il derivato di copertura al relativo fair value alla medesima data[84]. L’adozione di tale criterio valutativo comporta, tuttavia, una rappresentazione reddituale e patrimoniale dell’operazione di copertura molto diversa rispetto a quella basata sull’adozione dei criteri previsti dall’OIC 26 (e dal D.Lgs. n. 87/1992). Inoltre, tale impostazione pone una serie di incertezze interpretative circa l’applicabilità delle disposizione di cui al secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 TUIR, considerato che il contratto derivato non risulterebbe essere valutato in modo coerente secondo il cambio di chiusura dell’esercizio. A parere di Assonime, tali incertezze potrebbero essere superate in base ad una interpretazione logico-sistematica della richiamata disposizione fiscale, ritenendola applicabile anche in caso di valutazione del derivato di copertura al fair value (con conseguente rilevanza fiscale delle differenze cambi rilevate a fine esercizio sulla attività o passività in valuta oggetto di copertura e delle componenti valutative rilevate sul derivato di copertura)[85]. La questione è tuttavia particolarmente incerta.

Si segnala che, in relazione alle questioni qui discusse, non risultano chiare indicazioni di prassi da parte dell’amministrazione finanziaria, al di là delle oscure indicazioni fornite con la Risoluzione 83[86].

3.3.3 Relazione tra il secondo periodo del comma 3 dell’art. 110 del TUIR e il comma 4 dell’art. 112 del TUIR

Il secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR si limita a stabilire il trattamento fiscale applicabile alle valutazioni al cambio di fine esercizio di crediti, debiti, obbligazioni e titoli assimilati in valuta in presenza di operazioni di copertura che presentino determinati requisiti.

Tale disposizione non disciplina il trattamento fiscale da riservare alle componenti da valutazione o da realizzo sui derivati di copertura dal rischio di cambio. Il trattamento fiscale di tali componenti, pertanto, continua ad essere regolato dalle disposizioni contenute negli articoli 109 e 112 del TUIR.

Ciò detto, resta fermo che il trattamento fiscale applicabile alle valutazioni al cambio di fine esercizio di crediti, debiti, obbligazioni e titoli assimilati in valuta potrà influenzare il trattamento fiscale applicabile alle componenti valutative sui derivati di copertura secondo le ordinarie disposizioni fiscali sopra citate[87]. In particolare:

(i) qualora il derivato di copertura sia valutato in modo coerente con il credito o il debito in valuta coperto (secondo il cambio di chiusura dell’esercizio), assumerà rilevanza fiscale sia la differenza cambi rilevata a fine esercizio sull’attività o passività coperta (ai sensi del secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR) sia la corrispondente componente valutativa sul derivato di copertura (per effetto del c.d. principio di simmetria di cui al comma 4 dell’articolo 112 del TUIR);

(ii) nell’ipotesi in cui il derivato di copertura non sia valutato in modo coerente con il credito o il debito in valuta coperto (e sia comunque esistente una relazione di copertura ai fini fiscali), non assumerà rilevanza fiscale né le differenza cambi sull’attività o passività coperta né la componente valutativa sul derivato di copertura.

3.4 Copertura del rischio di cambio su attività e passività diverse

Il trattamento fiscale delle componenti reddituali da valutazione o da realizzo delle attività e passività in valuta diverse da crediti, debiti, obbligazioni o titoli assimilati non è disciplinata dalla previsione contenuta nel secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR, né da altra disposizione fiscale.

Per le medesime considerazioni discusse nei paragrafi 3.2.1 e 3.2.2, le differenze cambi riferibili a tali strumenti dovrebbero essere soggette al regime fiscale proprio applicabile alle plusvalenze e minusvalenze da valutazione e da realizzo dello strumento finanziario in relazione al quale si originano. Resta altresì fermo che le componenti da valutazione e da realizzo rilevate sui derivati di copertura di tali strumenti concorreranno a formare il reddito imponibile secondo il c.d. principio di simmetria di cui al comma 4 dell’articolo 112 del TUIR.

3.5 Attività a copertura di riserve tecniche

Secondo l’opinione espressa dall’amministrazione finanziaria nella risoluzione n. 125/E del 5 giugno 2007 la disposizione di cui al secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 in commento non troverebbe applicazione per la valutazione di attività in valuta detenute da una impresa di assicurazione e vincolate a copertura delle proprie riserve tecniche in valuta (rappresentative degli impegni contratti con gli assicurati) in funzione dell’obbligo di congruenza valutaria degli attivi a copertura delle riserve tecniche stabilito dalle disposizioni del D.Lgs. n. 209 del 7 settembre 2005.

4. Ulteriori brevissime considerazioni sulla disciplina applicabile ai soggetti che redigono il ...

In assenza di chiarimenti di prassi al riguardo, le disposizioni fiscali di cui agli articoli 9, comma 2 e 110, comma 2 del TUIR, in materia di valutazione di corrispettivi, proventi, spese e oneri in valuta estera, dovrebbero ritenersi applicabili anche ai soggetti che redigono il bilancio di esercizio in conformità ai principi contabili internazionali[88]. Ciò detto, si precisa tuttavia che l’individuazione del cambio di riferimento per la conversione delle suddette poste dovrebbe essere effettuata con riferimento al giorno in cui le sottostanti operazioni si considerano effettuate in base ai principi contabili internazionali, dovendosi ritenere irrilevante il giorno in cui queste si considerano effettuate secondo i criteri previsti dal comma 2 dell’articolo 109 del TUIR. Invero, per i soggetti che adottano i principi IAS/IFRS, i criteri di competenza di cui all’articolo 109, comma 2 risultano essere derogati dal c.d. “principio di derivazione rafforzata” di cui al terzo periodo del comma 1 dell’articolo 83 del TUIR. Sembra logico concludere che tale deroga esplichi effetti anche ai fini dell’individuazione del cambio di riferimento per la conversione delle suddette poste. Resta comunque fermo, anche per i soggetti che adottano i principi IAS/IFRS, che la conversione di corrispettivi e spese in valuta che concorrono alla formazione del reddito imponibile IRES in base al principio di cassa (e.g. dividendi) dovrebbe avvenire facendo riferimento al cambio del giorno del relativo incasso o pagamento[89]. Dovrebbe inoltre applicarsi la disposizione fiscale riepilogativa nel paragrafo 2.1, punto (vi).

Secondo l’interpretazione prevalente, le disposizioni fiscali di cui al comma 3 dell’articolo 110 del TUIR, aventi ad oggetto la valutazione al cambio di fine esercizio di crediti, debiti, obbligazioni e titoli assimilati in valuta sono applicabili anche ai soggetti che adottano i principi IAS/IFRS[90]. Tali disposizioni fiscali concernendo la valutazione e la valorizzazioni fiscale delle componenti reddituali e patrimoniali, non dovrebbero ritenersi derogate dal c.d. “principio di derivazione rafforzata” di cui al terzo periodo del comma 1 dell’articolo 83 del TUIR.

Tanto premesso in termini generali, ci si limita a formulare una breve considerazione con riferimento alle operazioni di copertura dal rischio di cambio relativo a attività e passività in valuta. Secondo alcuni commentatori, in base ad un’interpretazione letterale della disposizione di cui al secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR, dovrebbe concludersi per la non applicabilità della citata disposizione ai soggetti che adottano i principi contabili internazionali e che valutano, ai fini di bilancio, i derivati al fair value[91]. Ad avviso di chi scrive, potrebbe raggiungersi una diversa conclusione quantomeno con riferimento alle operazioni di copertura dal rischio di cambio realizzate tramite contratti di acquisto o vendita a termine di valuta per i quali è possibile designare, quale strumento di copertura, la c.d. “componente spot” di tale contratto, secondo quanto previsto dallo IAS 39(74)(b)[92][93]. Si segnala, inoltre, l’opinione espressa da Assonime secondo cui, in base ad un’interpretazione logico-sistematica della disposizione contenuta nel secondo periodo del comma 3 dell’articolo 110 del TUIR, tale previsione sarebbe applicabile anche alle attività o passività in valuta coperte da contratti di copertura valutati al fair value[94].

5. Conversione in euro delle componenti reddituali e patrimoniali in valuta ai fini IRAP

Per i soggetti che determinano la base imponibile IRAP ai sensi delle previsioni contenute negli articoli 5, 6 e 7 del D.Lgs. n. 446 del 15 dicembre 1997, le componenti in valuta rilevano, in linea di principio, secondo quanto indicato a conto economico, in base alla conversione effettuata in conformità ai corretti principi contabili. Ciò in quanto[95]:

(i) il comma 1 dell’articolo 5, il comma 6 dell’articolo 6 e il comma 4 dell’articolo 7 del D.Lgs. n. 446/1997 stabiliscono il principio di dipendenza diretta della base imponibile IRAP dal conto economico (secondo cui i componenti positivi e negativi che concorrono alla formazione della base imponibile IRAP “si assumo così come risultanti dal conto economico”); e,

(ii) a seguito dell’abrogazione dell’articolo 11-bis del D.Lgs. n. 446/1997, i componenti positivi e negativi che concorrono alla formazione della base imponibile IRAP si assumono senza apportare le variazioni in aumento o in diminuzione previste ai fini IRES.

Si rileva inoltre che, per i soggetti che determinano la base imponibile IRAP ai sensi dell’articolo 5 del D.Lgs. n. 446/1997, le differenze cambi iscritte nella voce C) 17-bis) (rubricata Utili e perdite su cambi) dello schema di conto economico di cui all’articolo 2425 del codice civile non concorrono alla determinazione della base imponibile IRAP.

Per le c.d. holding industriali, che determinano la base imponibile IRAP ai sensi dell’articolo 5 e dell’articolo 6, comma 9, del D.Lgs. n. 446/1997, si è posto il dubbio se le differenze cambi iscritte nella voce C) 17-bis) del conto economico debbano concorrere alla determinazione della base imponibile IRAP. Ciò in quanto, il comma 9 dell’articolo 6 citato si limita ad includere nella base imponibile IRAP di tali soggetti gli interessi attivi e proventi assimilati e gli interessi passivi e oneri assimilati, senza richiamare espressamente anche agli utili e perdite su cambi. Alcuni commentatori sembrano ritenere che le suddette differenze cambi dovrebbero concorrere a formare la base imponibile IRAP delle holding industriali[96].

Per le banche e le società finanziarie che determinano la base imponibile IRAP ai sensi del comma 1 dell’articolo 6 del D.Lgs. n. 446/1997, le differenze cambi imputate a conto economico assumono rilevanza ai fini IRAP, posto che tali poste sono rilevate in linee del conto economico che concorrono a formare la base imponibile soggetta a tale imposta[97].