SFEF

2020/46

Il trattamento fiscale degli strumenti finanziari ibridi con componente derivata non scorporabile


Il punto cardine della disciplina fiscale dei derivati è l’art. 112 del D.P.R. 917 del 1986. Introdotto dall’art. 1 del D.Lgs. n. 344 del 2003, che inizialmente disciplinava le cc.dd. “operazioni fuori bilancio” (tra le quali venivano ricompresi gli strumenti derivati), poi, in seguito alle modifiche alla disciplina codicistica del bilancio d’esercizio di cui al D.Lgs. n. 139/2015 e alle conseguenti integrazioni del D.L. n. 244 del 2016, è oggi dedicato, con novellata rubrica, agli “Strumenti finanziari derivati”. Il sopracitato articolo nulla dispone però sugli strumenti finanziari derivati incorporati in strumenti finanziari ibridi, infatti esso si limita a dare piena rilevanza fiscale ai corretti comportamenti tenuti in sede di redazione del bilancio d’esercizio. Tuttavia, ci si chiede se sia corretto dare completa rilevanza fiscale alle valutazioni fatte in sede contabile, in quanto ci si trova probabilmente di fronte alla “apparente” stortura, in quanto un determinato strumento finanziario è trattato fiscalmente come un derivato ogni qualvolta non vi sia la possibilità di scorporo. Tale comportamento può essere considerato corretto dal punto di vista civile (dove è possibile, a determinate condizioni, non scorporare i derivati), ma può portare a considerare “fiscalmente rilevanti” delle componenti valutative di strumenti finanziari che – unitariamente considerati - non lo sarebbero. Questo approccio, corretto contabilmente, necessiterebbe di un allineamento e di un sostegno normativo anche dal lato della disciplina tributaria.

L'ACCESSO A QUESTO CONTENUTO E' RISERVATO AGLI UTENTI ABBONATI

Sei abbonato? Esegui l'accesso oppure abbonati.