">

SFEF

2020/49

Distribuzione di dividendi cross-border: applicazione della Direttiva madre-figlia e dei trattati secondo la recente giurisprudenza di Cassazione

 


Nel presente articolo vengono svolte alcune riflessioni in ordine a recenti sentenze della Cassazione in tema di distribuzione di dividendi cross-border le quali offrono lo spunto per analizzare tre importanti tematiche rilevanti per gli investitori esteri ai fini dell’applicazione dei benefici comunitari e convenzionali.

Sommario

Introduzione

Il presente contributo intende analizzare, senza pretese di esaustività, tre importanti tematiche trattate in alcune recenti sentenze della Cassazione aventi ad oggetto la distribuzione di dividendi in ambito UE. In particolare, con riferimento all’esenzione da ritenuta prevista dalla direttiva madre-figlia[1] (“DMF”) la Suprema Corte, in maniera non sempre coerente, ha preso posizione in merito:

  1. alla condizione prevista dall’art. 2, comma 1, lett. a) n. iii) della DMF circa l’assoggettamento ad imposta della società madre non residente;
  2. alla necessità che la società madre disponga di una sede effettiva di direzione nel Paese di residenza;
  3. al riscontro del requisito del beneficiario effettivo in capo alla società madre.

 

La presente analisi prende avvio dalla sentenza della Cassazione del 10/10/2019, n. 25490 (“sentenza Macquarie”) che ha destato preoccupazione fra multinazionali e fondi di private equity di diritto estero per le posizioni assunte relativamente ai temi sopra citati.

Sull’argomento nei successivi paragrafi, oltre a ripercorrere le conclusioni della richiamata sentenza e di altre pronunce della Suprema Corte, condivideremo brevi riflessioni in relazione alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (“CGUE”) sui cc.dd. “casi danesi” in tema di dividendi[2] e alla Convenzione Multilaterale[3] di prossima adozione.

 

1. Subject-to-tax versus liable-to-tax

1.1. Subject-to-tax versus liable-to-tax: sentenze della Cassazione del 2018 e 2019

Come anticipato, la sentenza Macquarie ha destato preoccupazione per il principio espresso secondo cui in caso di distribuzione di dividendi l’esenzione da ritenuta ai sensi della DMF non sarebbe applicabile nell’ipotesi in cui il dividendo non sia effettivamente soggetto a tassazione nella giurisdizione della società madre, con ciò confermando le conclusioni raggiunte dalla Suprema Corte nella sentenza del 13/12/2018, n. 32255 (“sentenza CDC”) su una simile fattispecie. Entrambi i casi riguardavano la distribuzione di dividendi a società madri lussemburghesi assoggettati a ritenuta/imposta sostitutiva successivamente chiesta a rimborso in base alla DMF a cui era seguito il diniego del Centro Operativo di Pescara[4].

Invero, la condizione prevista dall’art. 2, comma 1, lett a) n. iii) della DMF - ossia che la società sia assoggettata a imposizione[5] - è stata erroneamente interpretata dalla Cassazione quale requisito oggettivo inteso come necessità che il singolo componente di reddito (rectius, dividendo) sia effettivamente tassato (“subject-to-tax”) anziché quale requisito soggettivo della società madre che deve risultare “potenzialmente” assoggettabile ad imposta (“liable-to-tax”). In realtà, subordinare l’esenzione da ritenuta all’effettiva tassazione del dividendo in capo alla società madre non consente di conseguire uno degli obiettivi della DMF, ossia evitare la doppia imposizione non solo giuridica, ma anche economica, degli utili realizzati dalla società figlia residente in Italia.

In questa ottica la Cassazione non considera che proprio l’esenzione del dividendo in capo alla società madre costituisce uno dei metodi previsti dalla stessa DMF per eliminare la doppia imposizione economica, così assumendo una posizione non conforme alla giurisprudenza comunitaria (cfr. sentenza della CGUE dell’8/3/2017 C-448/15, Wereldhave[6]). Considerando che pressoché tutti gli Stati membri prevedono un regime di participation exemption - e, quindi, di sostanziale non tassazione dei dividendi - richiedere che in capo alla società madre i dividendi siano effettivamente assoggettati a tassazione comporta un ingiustificato diniego dell’esenzione da ritenuta con conseguente non uniforme applicazione della DMF in ambito UE.

È utile ricordare che, successivamente alla Sentenza CDC, l’Agenzia delle Entrate (“AE”) aveva rassicurato gli operatori con l’interpello del 15/2/2019 n. 57, avente ad oggetto la distribuzione di dividendi da una società italiana ad una holding svizzera, ex art. 15 dell’Accordo del 26/10/2004 fra Svizzera e UE che si fonda sugli stessi principi della DMF.

In quel frangente l’AE aveva confermato il diritto, in presenza degli altri requisiti, all’esenzione da ritenuta anche se in capo alla holding svizzera i dividendi soggiacevano ad un regime analogo a quello della participation exemption italiana[7]; come a dire, è sufficiente che la holding svizzera sia liable-to-tax e non che il dividendo sia effettivamente tassato.

Nonostante la condivisibile posizione espressa nel richiamato interpello, con la sentenza Macquarie dello scorso ottobre la Cassazione[8] ha inopportunamente ribadito la necessità che il dividendo sia soggetto a tassazione in capo alla società madre.

A nostro avviso, le argomentazioni ed i richiami a precedenti pronunce fatti in tale sentenza risultano poco convincenti[9]. In particolare, i richiami giurisprudenziali effettuati fanno riferimento a fattispecie solo apparentemente sovrapponibili al caso di specie le quali, invece, presentano distinzioni piuttosto significative non correttamente valorizzate dai giudici di legittimità[10]. Inoltre, diversi casi cui la sentenza Macquarie fa rinvio nel confermare la lettura restrittiva del concetto di “assoggettamento ad imposta” sono relativi a fattispecie in cui vi era la co-presenza della richiesta: (i) di rimborso del cd. “underlying tax credit[11] ai sensi di alcuni trattati contro le doppie imposizioni sottoscritti dall’Italia e (ii) di esenzione da, o di rimborso della, ritenuta ai sensi della DMF[12]. Pur nell’ambito di disposizioni tese ad eliminare/alleviare la doppia imposizione giuridica ed economica in ipotesi di distribuzione di dividendi, il menzionato filone giurisprudenziale presenta delle peculiarità che, se non attentamente considerate, possono condurre ad erronee conclusioni nell’ambito dell’interpretazione del concetto di “assoggettamento ad imposta” previsto dalla DMF[13].

 

1.2. Subject-to-tax versus liable-to-tax: sentenze della Cassazione del 2020

Più recentemente, la Suprema Corte con la sentenza del 31/1/2020, n. 2313 - seppur in un contesto riguardante la disciplina convenzionale relativa al rimborso del credito di imposta indiretto - pare esprimere principi generali circa la doppia imposizione giuridica ed economica che portano a conclusioni opposte rispetto a quelle raggiunte nelle sentenze CDC e Macquarie[14].

Il caso esaminato riguardava una società residente nel Regno Unito, che aveva percepito dividendi da una società controllata con sede in Italia. In particolare, la società presentava richiesta di rimborso del credito d’imposta ai sensi dell’articolo 10, paragrafo 4, della convenzione contro le doppie imposizioni (“Convenzione”) tra Italia e Regno Unito. A seguito del diniego da parte dell’Ufficio, la società aveva proposto ricorso, perdendo in entrambi i giudizi di merito. In particolare, la Commissione Tributaria Regionale (“CTR”) di Pescara[15] aveva, erroneamente, motivato la propria decisione sulla base del fatto che il rischio di doppia imposizione fosse stato eliminato con l’esonero da ritenuta ex articolo 27-bis D.P.R. n. 600/1973, in attuazione della DMF, per cui il rimborso del credito previsto dalla Convenzione non era dovuto.

La Suprema Corte cassava con rinvio la decisione della CTR sottolineando, tra le altre cose, come l’esenzione da ritenuta elimini la doppia imposizione giuridica ma non necessariamente la doppia imposizione economica, cui anche mira la DMF[16]. L’applicazione di una ritenuta dà sicuramente luogo a doppia imposizione economica per cui stante l’obiettivo della direttiva l’esenzione da ritenuta deve essere concessa indipendente dall’effettiva tassazione del dividendo in capo alla società madre[17] [18]. Il diritto, poi, al credito d’imposta indiretto da Convenzione ben avrebbe potuto coesistere con la DMF posto che, anche in assenza di una ritenuta, l’inclusione del dividendo nel reddito imponibile della società madre avrebbe dato luogo a doppia imposizione economica, analisi non svolta dalla CTR in esame[19]

Ad ogni modo, la posizione della Cassazione sull’esenzione della ritenuta in assenza di tassazione del dividendo rimane incerta. Nello specifico, in una successiva pronuncia - sentenza del 5/2/2020 n. 2617 - è stato negato il diritto al rimborso del credito d’imposta in base alla Convenzione tra Italia e Regno Unito. La Suprema Corte sembra riproporre, quale necessario presupposto per l’applicazione della DMF, il principio dell’effettivo assoggettamento ad imposta del dividendo in capo alla società madre.

Considerato che, presto o tardi, a livello comunitario questa posizione dovrebbe essere oggetto di censura, sarebbe opportuno che la Cassazione rivedesse a breve, e in via definitiva, la propria posizione o, quanto meno, che l’AE confermasse con un’interpretazione ufficiale quanto già affermato con l’interpello n. 57/2019, in modo da ristabilire la corretta applicazione della DMF anche in Italia ed evitare di scoraggiare investimenti esteri nel nostro Paese.

 

2. Sede effettiva di direzione

La sentenza Macquarie risulta di particolare interesse anche in quanto richiede, quale ulteriore requisito per beneficiare della DMF e delle Convenzioni, che la società partecipante disponga di una “sede di direzione effettiva” nel Paese di residenza[20].

Quello della sede di direzione effettiva, non è un requisito espressamente previsto dalla DMF, mentre in ambito convenzionale, viene fatto ricorso a questo concetto (place of effective management) all’articolo 4 del modello Ocse esclusivamente per dirimere situazioni in cui in base alla normativa interna degli Stati contraenti un soggetto, diverso da un persona fisica, sia considerato residente in entrambe le giurisdizioni[21].

Nella richiamata sentenza la Cassazione va oltre e, quasi fosse un requisito immanente della normativa comunitaria e convenzionale, richiede che la società partecipante abbia nello Stato in cui risiede la propria sede di direzione effettiva, in assenza della quale non può beneficiare né della DMF né delle Convenzioni[22]. Secondo tale principio, pertanto, se anche una società madre fosse, in base a norma domestica, residente in Lussemburgo l’esenzione da ritenuta applicabile in base alla DMF alla distribuzione di dividendi da parte della partecipata italiana verrebbe meno se la sede di direzione effettiva della società madre risultasse essere in un terzo Stato; stesso dicasi per i benefici convenzionali.

Questo ulteriore requisito previsto dalla Cassazione presenta punti di sovrapposizione con quelli legati:

  1. al “radicamento effettivo” e all’“adeguata sostanza economica” nel Paese di insediamento delle holding, richiesti dall’AE al fine di beneficiare di direttive e convenzioni; e,
  1. allo svolgimento di un’”effettiva attività economica”, la cui assenza in capo alla società madre rappresenta, per la CGUE, uno degli indizi che insieme ad altri può dimostrare l’esistenza di una pratica abusiva.

Nello specifico:

 

-           l’AE ha sostenuto che deve intendersi senza sostanza economica una società caratterizzata da “una struttura organizzativa “leggera” (...), priva di effettiva attività e di una reale consistenza e, in concreto, senza autonomia decisionale[23] se non dal punto di vista formale”[24]; mentre,

-           per la CGUE l’assenza di un’effettiva attività economica in capo ad una società “può essere accertata quando l’unica attività della medesima sia costituita dal percepimento dei dividendi e dal loro successivo trasferimento al beneficiario effettivo o ad altre società interposte“[25].

 

A questo proposito ricordiamo, però, che secondo il condivisibile orientamento della Cassazione[26], a una holding non può richiedersi di operare come - e quindi di avere la stessa sostanza economica di - una società industriale o commerciale[27]; nello stesso senso si è espressa la CGUE con sentenza del 20/12/2017 (C-504/16 e C-616)[28] e nella sentenza sui casi danesi in tema di dividendi[29].

 

3. Beneficiario effettivo

Come è noto, per i dividendi quello del beneficiario effettivo è un requisito previsto solo in ambito convenzionale[30] [31] mentre né la DMF né l’art. 27-bis del D.P.R. 600/1973 ne fanno espresso richiamo. Ciononostante, anche con riferimento alla DMF, la modulistica necessaria[32] affinché il sostituto d’imposta non applichi la ritenuta sui dividendi prevede che la società madre dichiari di essersene l’effettivo beneficiario e numerosi sono i casi in cui l’AE ha negato il diritto all’esenzione, o il rimborso della ritenuta[33], contestando la qualifica di beneficiario effettivo in capo alla società partecipante.

 

3.1. La nozione di beneficiario effettivo

Ma qual è la nozione di beneficiario effettivo a cui fare riferimento?

La normativa fiscale italiana non prevede una definizione di beneficiario effettivo mentre la prassi amministrativa ha individuato come tale il “soggetto cui il reddito è fiscalmente imputabile[34] fornendone, con riferimento alla direttiva Interessi e Royalties[35], una definizione ancora più stringente secondo cui una società riveste la qualifica di beneficiario effettivo qualora abbia “la titolarità, nonché la disponibilità del reddito percepito” e “tragga un proprio beneficio economico dall’operazione posta in essere[36].

A livello convenzionale successivamente all’introduzione della nozione di beneficiario effettivo nel Commentario al Modello OCSE del 1977 - che adottando un approccio formale escludeva come tali solo trustee e mandatari - vi è stata una continua evoluzione in chiave antielusiva[37] di tale concetto che è andata privilegiando la sostanza, rispetto alla forma giuridica. L’evoluzione di tale nozione, riflessa nelle varie versioni del Commentario al Modello OCSE prevede non solo che un soggetto sia considerato beneficiario effettivo (i) qualora dividendi, interessi o royalties siano allo stesso fiscalmente imputabili - e almeno astrattamente assoggettabili a tassazione nel proprio Stato di residenza - ma anche che (ii) ne abbia la piena disponibilità economica, ossia che disponga del potere di impiego e godimento degli stessi[38]. Con riferimento a quest’ultima previsione, volta ad evitare ipotesi di back-to-back, occorre però fare un importante distinguo fra (i) dividendi, da un lato, e (ii) interessi e royalties, dall’altro. Infatti, mentre in relazione a questi ultimi la qualifica di beneficiario effettivo può essere disconosciuta anche in presenza di una semplice connessione quantitativa e temporale dell’incasso di tali proventi con l’obbligo di restituire a terzi finanziamenti ricevuti di analogo ammontare e a diverso titolo, per i dividendi è richiesto un legame più specifico e, in particolare, che l’obbligo di ritrasferimento ad altri soggetti:

  1. “dipenda espressamente dal loro preventivo incasso”; e,
  1. “riguardi direttamente tali dividendi, con la conseguenza che sono escluse le obbligazioni legali o contrattuali ad essi correlate, anche se il percettore utilizzi le risorse per soddisfare queste obbligazioni”[39] [40].

 

A livello giurisprudenziale, con specifico riferimento ai dividendi, la Suprema Corte ha, negli anni, fatto ricorso alla nozione sostanzialistica di beneficiario effettivo[41] del Commentario al Modello OCSE facendo confluire tale concetto nell’alveo delle norme antielusive generali di matrice domestica ed internazionale[42]. Ma se da un lato la Cassazione riconosce nel beneficiario effettivo il soggetto che “ha l’effettiva disponibilità giuridica ed economica dei dividendi[43] dall’altro ha, in alcuni pronunciamenti, erroneamente disconosciuto tale qualifica nell’ipotesi in cui l’azionista non fosse stato assoggettato a effettiva tassazione sui dividendi[44]. In quest’ultimo senso si esprime anche la sentenza Macquarie che affronta il tema del beneficiario effettivo, peraltro, trattando congiuntamente - senza operare le necessarie distinzioni - le disposizioni comunitarie e quelle convenzionali. Nello specifico, la Suprema Corte si è espressa sostenendo come, sia ai fini della Convenzione che della DMF, la società madre[45] non possa qualificarsi quale beneficiario effettivo dei dividendi non avendo quest’ultima assolto alcuna imposta sugli stessi per via della participation exemption lussemburghese[46]. La Suprema Corte nelle proprie argomentazioni non approfondisce la nozione di beneficiario effettivo[47], ma si limita ad un generico rinvio all’accertamento svolto dai giudici di merito[48] i quali in realtà disconoscono la qualifica del beneficiario effettivo richiamando in maniera confusa argomentazioni legate (i) alla mancata tassazione dei dividendi in Lussemburgo e (ii) all’assenza di una effettiva sede di direzione in loco.

Per le ragioni suesposte, la sentenza Macquarie fornisce un contributo poco significativo della nozione di beneficiario effettivo purtroppo confermando come tale requisito sia per la Suprema Corte necessario anche ai fini dell’applicazione della DMF.

In realtà la DMF, diversamente dalle Convenzioni[49], non prevede la clausola del beneficiario effettivo per una ragione di ordine sistematico, posto che diversamente da queste ultime - le quali mirano ad alleviare il problema della doppia imposizione giuridica[50] - la prima ha come obiettivo anche quello di evitare la doppia imposizione economica per cui è del tutto irrilevante che il socio, percettore dei dividendi, integri il requisito di beneficiario effettivo[51], rimanendo sempre salva la possibilità di disconoscere i benefici della direttiva in ipotesi di abuso. Ed è anche in quest’ultimo ambito che la sentenza Macquarie mostra profili interessanti in quanto nega i benefici della DMF e della Convenzione qualificando MALSA[52] quale “costruzione di puro artificio”[53] in relazione alla quale non  può esservi tutela dei principi di libertà di stabilimento e libera circolazione dei capitali[54]; nel fare questo per la prima volta la Suprema Corte richiama la sentenza sui casi danesi sui dividendi in cui il concetto di “beneficiario effettivo” è di assoluta centralità[55].

 

3.2. Beneficiario effettivo alla luce della sentenza della CGUE sui casi danesi sui dividendi

Nello specifico, i richiamati casi danesi avevano ad oggetto la distribuzione di dividendi da parte di società danesi ai propri soci residenti in altri Stati membri ma facenti parte di strutture al cui vertice vi erano soggetti extra-UE.

Con riferimento alla nozione di beneficiario effettivo la CGEU risponde solo ad alcune delle questioni pregiudiziali[56] poste dal giudice del rinvio, ed in particolare, a quelle[57] volte a chiedere “sostanzialmente, quali siano gli elementi costitutivi di un abuso e come tali elementi, possano essere accertati” (par. 96).

In tale ambito nello sviluppo seguito dalla CGUE i concetti di abuso e di beneficiario effettivo sembrano “intrecciarsi[58]. Secondo la Corte perché una pratica possa essere definita abusiva occorre che vi sia la concomitanza di:

  1. circostanze oggettive dalle quali “risulti che, nonostante il rispetto formale delle condizioni previste dalla normativa dell’Unione, l’obiettivo perseguito dalla normativa medesima non sia stato conseguito”; e,
  2. un elemento soggettivo consistente nella volontà di ottenere un vantaggio derivante dalla normativa dell’Unione mediante la creazione artificiosa delle condizioni necessarie per il suo ottenimento[59].

 

Per la Corte la sussistenza di un abuso può essere accertata in presenza di indizi oggettivi e concordanti quali, ad esempio, “l’esistenza di società interposte prive di giustificazione economica, nonché la natura puramente formale della struttura del gruppo societario, della costruzione finanziaria e dei finanziamenti[60].

Nell’analisi svolta dalla CGUE gli indizi di abuso presentano aspetti che sembrano sovrapporsi ai criteri utilizzati per l’analisi del requisito del beneficiario effettivo[61]. In ogni caso la lettura sistematica della sentenza fa propendere per considerare il beneficiario effettivo (i) non come un nuovo requisito per l’applicazione della DMF[62] ma (ii) come un indizio il cui ricorso va fatto esclusivamente in chiave antielusiva al fine di identificare pratiche abusive[63]

 

3.3. Beneficiario effettivo e disposizioni antiabuso della Convenzione Multilaterale

Con la prossima adozione della Convenzione Multilaterale (“MLI”)[64] in dottrina si è posto il tema se la nozione di beneficiario effettivo necessiti di una rivisitazione.

Il recepimento dell’MLI da parte dell’Italia comporterà, fra gli altri, la sostituzione del preambolo delle attuali convenzioni con il Preambolo previsto dall’art. 6 dell’MLI[65]. Nell’ambito del minimum standard previsto dall’art. 7 dell’MLI l’Italia ha optato sia (i) per il Principle Purpose Test (“PPT”)[66] [67] che (ii) per la Simplified Limitation on Benefit Rule (S-LOB”)[68], quest’ultima però a condizioni di reciprocità[69].

L’adozione di tali misure, previste dall’Action 6 dei BEPS, mira a contrastare l’abuso dei trattati, ed in particolare il cd. treaty shopping, fenomeno che come richiamato in precedenza giustificò a suo tempo l’adozione della nozione sostanzialistica di beneficiario effettivo avente portata antielusiva[70].

Rispetto alla nozione di beneficiario effettivo i nuovi strumenti introdotti dall’MLI hanno il pregio di contrastare l’abuso dei trattati adottando un approccio olistico la cui applicazione non è limitata al pagamento di dividendi, interessi e royalties ma estesa a tutte le regole distributive delle Convenzioni[71].

Secondo alcuni autori[72] l’introduzione nei trattati di tali disposizioni di natura antielusiva giustificherebbe una rivisitazione della nozione di beneficiario effettivo con suo ritorno alla funzione di regola di allocazione[73] tesa a disconoscere i benefici convenzionali a meri soggetti interposti, così come originariamente previsto con la sua introduzione; secondo altri la necessità di mantenere la clausola del beneficiario effettivo verrebbe, addirittura, meno[74].

Se in ambito convenzionale la prospettiva sembra quella di assistere alla perdita da parte della nozione di beneficiario effettivo della sua accezione di clausola antielusiva generale, con riferimento alla DMF - che neppure prevede tale clausola - si dovrebbe giungere alla conclusione che le fattispecie abusive debbano essere contrastate facendo esclusivo ricorso alla norma antielusiva domestica[75], già conforme all’art. 6 (“Norma generale antiabuso”) della direttiva ATAD I[76]. In questo senso sembra propendere anche la richiamata giurisprudenza comunitaria, infatti la lettura sistematica della sentenza della CGUE sui casi danesi porta, come accennato in precedenza, a concludere che quella del beneficiario effettivo non possa costituire nuova condizione per l’applicazione della DMF ma esclusivamente un indizio che, unitamente ad altri indizi oggettivi e concordanti, permette di individuare costruzioni artificiose da contrastare, in ambito domestico, ai sensi dell’art. 10-bis dello Statuto del Contribuente[77].

 

4. Considerazioni conclusive

In considerazione della richiamata prassi amministrativa, della giurisprudenza domestica e comunitaria nonché dell’imminente adozione dell’MLI che prevede, tra le altre, l’adozione di specifiche disposizioni antiabuso, la priorità per multinazionali e fondi di private equity dovrebbe essere quella di rivisitare criticamente, ed eventualmente modificare, le proprie strutture al fine di evitare il disconoscimento dei benefici di direttive e trattati.

Con specifico riferimento alla distribuzione dividendi, strutture che prevedano investimenti in Italia attraverso società estere che abbiano (i) la propria sede di direzione effettiva nel Paese di residenza unitamente ad (ii) un adeguato livello di sostanza economica dovrebbero, nella prevalenza dei casi, consentire di evitare contestazioni legate all’applicazione della DMF[78] o dell’art. 10 delle Convenzioni, anche post entrata in vigore dell’MLI[79].

Stessa conclusione non è parimenti raggiungibile con riferimento a strutture che prevedano anche il pagamento upstream di flussi di interessi e royalties a fronte di operazioni di back-to-back le quali, in alcuni casi, possono legittimamente condurre al disconoscimento dei benefici convenzionali e della direttiva Interessi e Royalties. Infatti, in più rispetto ai dividendi[80], interessi e royalties richiedono oltre all’analisi della struttura societaria dell’investimento anche quella della struttura contrattuale di natura sinallagmatica posta in essere fra le varie società del gruppo.

Da ultimo, in relazione alla distribuzione di dividendi cross-border, al momento rimane aperto il tema legato alle contradditorie posizioni assunte dalla Cassazione circa il subject-to-tax requirement richiesto per l’applicazione della DMF; come anticipato, sarebbe opportuno che la Cassazione rivedesse a breve la propria posizione o, quanto meno, che l’Amministrazione finanziaria riconfermasse, in via ufficiale, la posizione assunta con l’interpello n. 57/2019, in modo da ristabilire la corretta applicazione della direttiva anche nel nostro Paese ed evitare, così, di scoraggiare investimenti in Italia provenienti dall’estero.