SFEF

2021/52

Oltre la crisi: proposte per le imprese operanti nei settori più colpiti


La situazione attuale e le sue prospettive


La Cassa integrazione, la proroga di alcune scadenze, i ristori e la speranza di tornare al più presto  alla normalità hanno contribuito ad evitare la chiusura di molte imprese.
Cosa accadrà quando l’emergenza sanitaria sarà finita e  cesseranno gli aiuti?
È verosimile che molte di queste imprese, soprattutto quelle di dimensione più piccola che operano nei settori maggiormente colpiti - quali il turismo, la ristorazione, l’abbigliamento, i trasporti, la pubblicità -, non saranno in condizione di proseguire l’attività. Totalmente ferme da più di 14 mesi, o costrette ad operare a corrente alternata e in un clima di assoluta incertezza e precarietà, hanno visto crollare il fatturato, mentre hanno continuato a sostenere i costi fissi e hanno dovuto fare fronte alle scadenze dei debiti.
Se, come tutto lascia prevedere, dovessero chiudere, il danno sarebbe enorme, e tutti in qualche modo ne pagheremmo le conseguenze. Perché il benessere economico della comunità della quale facciamo parte - città, regione, paese - dipende dal numero e dal dinamismo delle imprese che in essa operano, dai beni e dai servizi che producono, dalla occupazione che riescono a creare, dalle opportunità di investimento che offrono e dalle imposte, dalle tasse e dai contributi che pagano e contribuiscono a fare pagare. Nasce da qui l’interesse generale a promuovere la nascita di nuove imprese e a sostenere quelle che si trovano in difficoltà.
Nel caso specifico, però, è bene tenere presente che il numero così elevato delle imprese in difficoltà mette rischio la tenuta del sistema. Infatti, siamo ancora nel pieno di una crisi che non ha precedenti per dimensione, durata e intensità; e per ripartire occorrono interventi di eccezionale portata, adatti alla gravità del momento. È necessario un cambio di passo, una nuova mentalità, e occorrono nuovi strumenti per eliminare i nodi strutturali che condizionano il funzionamento del sistema e per sostenere le imprese.

Gli effetti della pandemia hanno messo in evidenza i limiti e le contraddizioni del sistema economico generale e hanno contribuito a fare maturare la convinzione che questa è l’occasione per effettuare gli interventi correttivi che appaiono necessari. Bisogna intervenire sulle regole che disciplinano le attività economiche e i rapporti con la pubblica amministrazione per renderle più semplici e meno invasive; sui tempi della giustizia, soprattutto in campo civile; sul sistema tributario, specie in tema di determinazione del reddito di impresa, di rapporti con il contribuente, di fiducia e di parità tra le parti anche in sede di contenzioso; sulla disciplina della crisi di impresa; sul sostegno all’innovazione; sulla formazione. Insomma, si tratta di sciogliere i nodi esistenti e, laddove possibile, di trasformarli in incentivi, per consentire all’impresa di operare con maggiore serenità e di crescere.

Gli aiuti da destinare alle imprese vanno visti nell’ottica di salvare l’impresa più che in quella della tutela degli interessi dei creditori o della salvaguardia dei posti di lavoro. E ciò non per sminuire l’importanza di questi interessi, quanto per esaltare quella dell’impresa intesa come strumento capace di creare ricchezza e di soddisfare gli interessi di tutti i soggetti che con essa intrattengono rapporti, compresa la società.
Purtroppo non è possibile sostenere tutte le imprese in difficoltà. Alcune erano già in crisi irreversibile prima della pandemia; altre, pur se in difficoltà, avevano avviato un percorso di risanamento che la crisi sanitaria ha rallentato e reso più difficile; e altre ancora si sono aggiunte per le difficoltà sopravvenute con l’emergenza sanitaria. Si tratta quindi di fare una attenta selezione allo scopo di individuare quelle che sono ancora intrinsecamente sane sulle quali puntare. Le altre vanno accompagnate alla liquidazione e alla chiusura avendo cura di recuperare quanto più è possibile, non solo in termini monetari.

Il cambio di passo, la nuova mentalità e i nuovi strumenti di cui si diceva, nel caso specifico servono a ribadire che la liquidazione e la chiusura dell’impresa sono eventi che rientrano nelle regole del gioco;  e vanno affrontati con naturalezza, cercando di privilegiare  le soluzioni che consentono di valorizzare il patrimonio e di non disperdere le conoscenze tecniche, le professionalità, le tradizioni e i valori delle singole imprese.
Gli aiuti alle imprese da risanare vanno commisurati alle loro esigenze e ai loro bisogni concreti, tra  i quali al momento prevalgono, per intensità ed urgenza,  quelli legati al capitale circolante e alla liquidità.
La ripartenza impone infatti di rinnovare le scorte, di pagare i debiti scaduti e in scadenza, e di effettuare gli investimenti necessari per recuperare efficienza e competitività; e tutto ciò richiede la disponibilità di mezzi monetari che nelle imprese di cui si parla scarseggiano o mancano del tutto.
Per  procurarseli potrebbero fare ricorso, almeno in linea teorica, all’aumento del capitale proprio, a nuovo credito bancario o alla dilazione del pagamento dei debiti.  Sul piano operativo, però, tutte le soluzioni indicate incontrano difficoltà non facilmente superabili. La prima è di difficile realizzazione poiché le piccole imprese sono cronicamente deficitarie di mezzi propri. Altrettanto difficile appaiono anche le altre due, ove si considerino i vincoli che hanno le banche nella concessione del credito specie nei confronti di imprese che hanno dato segni di difficoltà, e che la dilazione del pagamento dei debiti richiede un accordo col creditori.
Anche in considerazione dei crediti che vanta nei confronti delle imprese, il Governo potrebbe dare una spinta alla ripartenza con interventi di questo tipo .Poiché i parametri di riferimento per la valutazione del merito di credito - come i dati  sulla redditività e sul volume di affari - penalizzano le imprese che operano nei settori più colpiti e sono anche poco significativi, potrebbe proporre nuovi criteri di valutazione ancorati alle capacità di risanamento, oppure prevedere deroghe e fornire garanzie integrative. Per i debiti tributari e per quelli previdenziali scaduti potrebbe prevedere la possibilità di definirli transattivamente, al netto di sanzioni, interessi e aggi di riscossione, accedendo a mutui agevolati. I mutui, di durata variabile da cinque a venticinque anni, e con un periodo di pre ammortamento di due anni, dovrebbero avere rate di importo compatibile con i flussi di cassa delle imprese.
Con tali aiuti, che avrebbero effetti positivi sui bilanci di esercizio, le imprese potrebbero affrontare la ripartenza in condizioni migliori, libere dal peso dei debiti scaduti o di prossima scadenza  e dal pericolo dell’avvio di azioni esecutive, nel caso assai probabile di mancato pagamento.
La definizione dei debiti fiscali e contributivi non sarebbe un condono ma una transazione, e sarebbe più che giustificata dallo scopo di favorire la ripartenza delle imprese da risanare. Essa gioverebbe anche all’Erario e agli Enti previdenziali che riscuoterebbero crediti per la cui gestione dovrebbero comunque sostenere nuovi costi; e al tempo stesso consentirebbe di mantenere in vita imprese che garantiscono il gettito fiscale e contributivo futuro.
È fuor di dubbio che gli interventi di cui si parla comportino rischi, perché lo Stato potrebbe essere chiamato a rispondere per le garanzie prestate. Ma, visti i vantaggi che offrono, e considerata la posto in gioco, si tratta di rischi che vale la pena correre.